Nei prossimi giorni i lavoratori del settore Gomma-Plastica saranno chiamati a confermare o respingere l’ipotesi di rinnovo del Contratto Nazionale di settore.
L’ottimismo e la soddisfazione con cui le Segreterie Generali hanno presentato il nuovo documento non sembra trovare riscontro nell’accordo sottoscritto, che conferma invece un arretramento sul piano del salario reale e la conferma di un modello generale di contrattazione che in questi anni ha indebolito e infiacchito la classe operaia, erodendone diritti e potere d’acquisto e rompendo con quella tradizione di protagonismo che per decenni ne aveva caratterizzato azioni e conquiste.
Dati ufficiali e analisi nazionali e internazionali (OCSE, Eurostat, Istat, Banca d’Italia) confermano che la dinamica salariale italiana è da lungo tempo tra le più deboli in Europa e nei paesi avanzati. Se già nel 2020 l’Italia risultava l’unico paese dell’area OCSE a registrare salari più bassi rispetto al 1990, le cose sono peggiorate nell’epoca post-pandemia, con anni di alta inflazione accompagnata da aumenti salariali del tutto insufficienti a compensarla.
A fronte di questi dati, tutta l’abilità parolaia dei rappresentanti delle burocrazie sindacali non sarà sufficiente a mascherare la miseria delle cifre proposte, che riescono a discostarsi in modo significativamente peggiorativo anche dalle timide e già poco “conservative” richieste elaborate nella piattaforma: 195 euro lordi sui minimi contrattuali, distribuiti in più tranche (dei quali solo 60 euro nei primi 15 mesi), a fronte dei 235 euro contenuti nella piattaforma, cifra che già appariva largamente insufficiente anche solo a colmare la perdita di potere d’acquisto dell’ultimo triennio.
A dover essere messo in discussione è un metodo consolidato, e non una sfortunata congiuntura o una ipotizzabile scarsa capacità di negoziazione da parte dei rappresentanti sindacali nel confronto con la parte imprenditoriale.
Un metodo che ha messo al centro delle richieste salariali il meccanismo dell’IPCA, un indice che prende a riferimento l’inflazione programmata ed esclude dal calcolo il costo dei prodotti energetici. In questo modo si rinuncia a priori a qualsiasi reale recupero salariale, senza introdurre alcuna clausola di salvaguardia che consenta di compensare l’inflazione effettiva: se il costo della vita continuerà a crescere più dei salari – come è già avvenuto – la perdita resterà interamente a carico dei lavoratori, senza alcun meccanismo di compensazione.
Se a questo aggiungiamo che realisticamente nei prossimi anni andremo incontro a ulteriori tagli della spesa sociale e sanitaria (a quanto pare in cambio di un deciso aumento delle spese militari), il risultato appare ancora più evidente e forse non è eccessivo dire drammatico: con il nuovo CCNL e il contesto sociale che si va delineando, i lavoratori sono destinati a impoverirsi ulteriormente e verosimilmente in molti casi a non essere più in grado di affrontare alcune spese essenziali.
A fronte di tutto questo appare poco consolatorio il rafforzamento di un istituto come l’Osservatorio Nazionale: uno strumento privo di poteri di intervento o sanzionatori sulle dinamiche reali del mercato del lavoro. Ancora più problematico è il ruolo degli Enti Bilaterali, strutture poco trasparenti che costituiscono anche una fonte di finanziamento per le Organizzazioni Sindacali firmatarie, ponendo evidenti problemi di autonomia e di conflitto di interessi.
Al contempo si rafforza il fondo di categoria, confermando la rinuncia alla difesa di pensioni pubbliche dignitose e incoraggiando ulteriormente i lavoratori a investire il futuro delle loro pensioni sui mercati finanziari, dai rendimenti inevitabilmente incerti e senza garanzie reali.
In tutto questo la mobilitazione è messa fuori gioco, resa anacronistica o colpevolizzata (quante volte ci siamo sentiti dire, a fronte di risultati insoddisfacenti nelle contrattazioni: “…però almeno non abbiamo fatto neppure un’ora di sciopero”?).
Si dimentica che è solo attraverso questi strumenti che abbiamo ottenuto la gran parte dei miglioramenti salariali e delle condizioni generali di lavoro che ora stiamo lasciando per strada. Mobilitazioni che ci hanno permesso al contempo di sviluppare identità, soggettività, esperienze e senso di solidarietà anche tra lavoratori di aziende lontane.
Una perdita di abitudine alla lotta che oggi ci rende inevitabilmente più fragili.
Milano, 12 gennaio 2026
A cura degli operai Pirelli iscritti Allca-Cub
A.L.L.C.A. (Associazione Lavoratrici e Lavoratori Chimici Affini)
Confederazione Unitaria di Base
20131 Milano – V.le Lombardia, 20 – Tel. 02/70631804 e-mail: allcacubnazionale@gmail.com pec: allcacubnazionale@pec.it
