“Fateci lavorare, le normative non devono essere asfissianti per le imprese”. Quante volte la motivazione addotta dai datori è stata fatta propria dal Legislatore nel nome della semplificazione di norme troppo complicate e astratte? La recente tragedia in Svizzera, la morte di tanti giovani per l’incendio di un locale nel quale la sera di Capodanno con innumerevoli e basilari norme inerenti la sicurezza contemporaneamente violate, induce ad aprire una riflessione a partire dalle normative, da chi dovrebbe farle rispettare fino al classico conflitto tra interessi di impresa e interessi dei lavoratori e della cittadinanza tutta.
Le ragioni del profitto hanno sempre la meglio sulle istanze sociali?
Riprendiamo le riflessioni da parte della federazione Cub pisana, a proposito della centralità del rispetto delle normative di sicurezza per i lavoratori e tutti coloro che accedono a servizi aperti al pubblico.
La ministra del Lavoro Marina Calderone annuncia con enfasi la definitiva approvazione del decreto sulla sicurezza sul lavoro, l’ennesimo decreto in un Paese nel quale infortuni, morti sul lavoro, malattie professionali non accennano a diminuire oscillando da anni sempre attorno a numeri elevati.
Poco interessa la polemica davanti a stragi che potevano essere evitate solo applicando poche normative, ancor meno ci attrae la discussione sull’omicidio colposo sul lavoro che in teoria potrebbe anche essere giusto ma rientrerebbe in una logica securitaria per la quale ogni anno si inventano fattispecie di reati.
Senza dubbio oggi le pene a carico dei responsabili di infortuni e morti sul lavoro sono del tutto inadeguate ma l’inasprimento delle pene non è la soluzione per eccellenza al problema, del resto se non vale per i piccoli reati non capiamo perchè lo stesso principio venga poi riproposto in altre sedi.
La giustizia non è mai riparatoria e se basta pagare delle sanzioni per estinguere un reato la stessa giustizia diventa censocratica.
Fin dalla sua nascita il decreto 81 è stato attaccato, riscritto in tante occasioni, ogni anno il testo normativo cambia e questo fatto da solo dovrebbe indurre a qualche riflessione. Lanciamo una provocazione: Se aumentano i poveri relativi e i poveri assoluti cambia anche il codice penale prevedendo pene più lievi per i piccoli reati come furti al supermercato? E se la risposta è negativa qualcuno ci vuol spiegare la ragione per la quale invece le norme sul lavoro vengono rese sempre più astratte e inapplicate?
Partiamo da due fatti: la cultura della sicurezza arriva solo a fatti compiuti e le responsabilità sono anche dei lavoratori, poi questo Governo ha operato scelte inaccettabili come accrescere il numero dei dirigenti dell’ispettorato nazionale del lavoro (Inl) mentre al contempo erano ridotte le assunzioni di ispettori addetti ai controlli sulle aziende che da 700 sono passate a 500 per poi, nel consiglio dei ministri, scendere a 300. Quando si parla di depotenziamento del pubblico ricordiamoci di questi numeri confrontandoli con le statistiche Inail su malattie professionali e infortuni.
Riducendo gli ispettori caleranno le ispezioni abbattendo i controlli sui cantieri. L’obiettivo finale già si intravede all’orizzonte ossia eliminare l’ispettorato come agenzia autonoma accorpandolo al ministero. Non servono nella Pa, e meno che mai in questo campo, tante figure apicali e dirigenziali, urgono invece figure professionali che operino sul campo, le dotazioni organiche nei ruoli di ispettori e tecnici che vanno ogni mattina nei cantieri. E forse sono proprio le ispezioni nei cantieri a fare paura e per esorcizzare il problema meglio deviare l’attenzione verso altro.
Ma non saranno certo i numeri e l’evidenza dei fatti a far cambiare idea al Governo, questioni di priorità, se tra i tuoi desiderata al primo posto trovi le istanze delle imprese e un controllo asfissiante da parte dei Ministeri non lamentiamoci se le conseguenze sono l’aumento degli infortuni, anche mortali, e il dilagare delle malattie professionali. Un impresario edile ci ha confermato di avere avuto una sola ispezione in 30 anni a conferma che il numero degli ispettori è irrisorio. E non basta parlare, come fa il Governo, di lieve riduzione delle morti sul lavoro calcolando le nuove assunzioni, bisognerebbe prendere in esame le ore lavorate e il calo produttivo nella manifattura dove tuttavia infortuni e morti sul lavoro aumentano.
Le statistiche, se assunte parzialmente, sono ingannevoli ma davanti alla strage sul lavoro o alla atroce e assurda morte dei ragazzi in Svizzera non dovremmo arrampicarci sugli specchi. Ad esempio dovremmo chiederci se le fantomatiche norme europee siano applicabili ovunque nella stessa maniera o se le troppe variabili dipendenti dai contesti locali siano foriere di sventure. E sarebbe già un passo avanti.
Da anni come Cub ripetiamo che le morti sul lavoro, le malattie professionali sono non un incidente di percorso ma conseguenza di scelte operate per salvaguardare gli interessi di impresa a discapito di quelli sociali. Il testo 81 che regola salute e sicurezza nei luoghi di lavoro ogni anno viene cambiato, aggiornato se vogliamo ma fin dalla sua nascita, nel 2008, è partito un assalto alla diligenza per cancellare e o cambiare qualche parte ritenuta troppo “vessatoria” nei confronti delle imprese.
