Negli ultimi anni il Fondo di Finanziamento Ordinario è diventato un esercizio di equilibrismo contabile: aumenti nominali che non compensano l’inflazione, aumento dei costi strutturali ed espansione delle funzioni attribuite agli Atenei. Il risultato è un definanziamento reale, silenzioso e devastante. A ciò si aggiunge l’ampliamento della quota premiale, che trasforma il finanziamento in una gara continua tra Atenei, ricompensando chi mantiene la conformità agli indicatori di bilancio e non chi è attento ai bisogni effettivi della ricerca e della didattica.
Questo squilibrio sistemico produce il paradosso che oggi viviamo: più incombenze, meno risorse. E quando le entrate del FFO si restringono, di fatto si comprimono diritti e si scarica il peso del servizio pubblico universitario sul personale invisibile – tecnico, amministrativo, bibliotecario, in appalto – e su quello della ricerca pubblica ossia su una popolazione di precari che faticosamente tiene in piedi il progresso culturale/scientifico come se fosse solo un’impalcatura provvisoria. Il dato più inquietante è ormai evidente: in diversi Atenei, il numero dei ricercatori e lavoratori non strutturati è superiore al personale stabile. Un sistema inefficiente, puramente ingiusto. Non si può chiamare “formazione” ciò che espelle migliaia di ricercatrici e ricercatori dopo anni di attività, né si può definire “merito” una competizione costruita su criteri che ignorano la precarietà strutturale di chi produce la maggior parte delle pubblicazioni e dei progetti.
Sul definanziamento prosperano poi interferenze esterne sempre più marcate: fondazioni private, poli industriali e persino apparati militari tramite il paradigma europeo del “dual use” che spinge la ricerca verso finalità tecnologico-militari. La semplice disponibilità di fondi diventa leva di pressione per cercare di orientare l’offerta formativa. Come nel recente caso dell’Accademia Militare di Modena che, tramite un corridoio di influenze, aveva raggiunto un accordo con il Magnifico Rettore dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, poi fortunatamente disatteso dal Consiglio di Dipartimento di Filosofia, che non ha voluto garantire le risorse di docenza. Tale accordo, se attuato, avrebbe di fatto trasformato l’Ateneo bolognese in un campo di addestramento retorico.
In un contesto già minato da carichi di lavoro insostenibili, salari stagnanti, tagli ai diritti economici e sociali e con appalti al massimo ribasso, appare paradossale discutere di riforme della struttura istituzionale e organizzativa delle Università o di strategie per intercettare finanziamenti destinati a bilanci ormai al collasso mentre ciò che realmente serve è stabilizzare, assumere, finanziare. Le Università sono fatte di persone. Tutte. Chi apre le aule, chi pulisce i corridoi, chi fa funzionare laboratori, biblioteche, servizi, chi insegna e chi fa ricerca. La qualità dell’Università coincide con la dignità riconosciuta a chi contribuisce alla sua funzione pubblica e non con la brillantezza dei suoi documenti strategici.
Per questo CUB Scuola Università e Ricerca continua a riaffermare che il sapere è un bene comune, che la precarietà non può essere normalizzata, che senza un finanziamento stabile e adeguato non esiste alcuna autonomia possibile.
Continueremo a lottare:
- Per rafforzare il boicottaggio accademico contro chi è complice in genocidio e guerre;
- Contro la più grande espulsione di massa nella storia della ricerca universitaria, con la scadenza di decine di migliaia di contratti precari;
- Contro le nuove direttive governative che vogliono disciplinare gli Atenei;
- Per assunzioni e aumenti salariali di almeno 500 euro al mese con scatti biennali automatici;
- Per un’Università pubblica e adeguatamente finanziata.
CUB dalla parte della conoscenza libera, pubblica, democratica. Contro il silenzioso declino imposto da tagli, precarietà e ingerenze.
