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Bologna: diffida all’Università sui controlli a distanza tramite Microsoft Teams

La CUB di Bologna torna a denunciare i rischi legati all’uso di Microsoft Teams negli ambienti di lavoro e universitari, segnalando possibili profili di controllo a distanza dei lavoratori e trattamento non trasparente dei dati personali. Dopo una prima presa di posizione pubblica, il sindacato ha formalizzato una diffida all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, coinvolgendo anche l’Ispettorato del Lavoro e il Garante per la protezione dei dati personali.

Secondo la CUB, strumenti nati per favorire la collaborazione starebbero assumendo una funzione diversa, introducendo meccanismi di sorveglianza indiretta attraverso indicatori di presenza, log di accesso, integrazioni automatiche con altri applicativi e sistemi di analisi della produttività. In particolare, il sindacato contesta gli “status indicator” di Teams, ritenuti fuorvianti e sproporzionati, perché idonei a generare valutazioni implicite sull’operato delle persone e a incentivare un clima di controllo reciproco tra colleghe/i.

Nel testo della diffida, la CUB chiede all’Ateneo di chiarire quali dati e metadati vengano effettivamente raccolti durante il lavoro da remoto e l’utilizzo della piattaforma, quali siano le basi giuridiche dei trattamenti e se siano in uso strumenti di analisi come il Microsoft Productivity Score. Viene inoltre richiesta una conferma formale dell’assenza di qualunque forma di geolocalizzazione, pratica che il Garante ha già giudicato illegittima in assenza di una specifica base normativa.

Il sindacato richiama esplicitamente l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori, il GDPR e un recente provvedimento del Garante, sottolineando che il consenso dei dipendenti non può giustificare sistemi di controllo e che ogni trattamento deve rispettare i principi di necessità, proporzionalità e trasparenza. Tra le richieste avanzate figurano anche la definizione chiara dei tempi di conservazione dei dati, la cancellazione automatica delle informazioni raccolte.

Con la diffida, la CUB sollecita azioni correttive immediate, tra cui la rimozione degli indicatori di stato, la cessazione di ogni forma di profilazione individuale e l’accesso alle informazioni sui controlli eventualmente effettuati.

Al centro della posizione della CUB resta una rivendicazione netta: il lavoro non può essere ridotto a uno “stato” su una piattaforma digitale, né la presenza online può diventare un criterio implicito di affidabilità o produttività.

SEGNALAZIONE CUB BOLOGNA su strumenti digitali UniBo.

👉🏻 Leggi anche “Il lavoro non è uno stato di teams”, dal sito Cub Sur Bologna:

Forse qualcuno ricorderà il nostro comunicato “Teams non è un collega di cui fidarsi”. In quel comunicato ci focalizzavamo sull’abuso delle chat di Teams e sulla questione dei bollini colorati, che compaiono di fianco al nome di ogni contatto quando si scrive o si riceve una e-mail e che sembrerebbero segnalare la disponibilità o indisponibilità delle persone. Questi bollini offrono l’opportunità di sbirciare nel rapporto tra un/a collega e il suo dispositivo elettronico e trarne conseguenze arbitrarie (“è giallo da 45 minuti, che cavolo sta facendo?”).
E c’è dell’altro: dalla maschera che si apre quando clicchiamo sul nome di un nostro contatto nelle nuove versioni di Outlook, è facile arrivare alla voce “Lavora con”, in cui l’algoritmo di Microsoft decide, sulla base di criteri opachi, chi mostrare tra le “persone con cui si lavora” in Ateneo, in modo peraltro slegato dall’organigramma di uffici e settori. Anche questa funzione va assolutamente eliminata; riteniamo che serva solo a far volare la fantasia creando momenti di voyeurismo lavorativo all’insegna della malizia, senza offrirci di fatto nulla di utile ai fini della collaborazione.
Abbiamo già osservato le conseguenze di un cattivo uso di questi strumenti anche da parte dei responsabili. Ad esempio, succede ancora che si cerchi di imporre l’accensione della webcam su Teams come fosse garanzia di professionalità e affidabilità, pena una gradazione di accuse che vanno da quella di essere poco socievoli, a quella di essere maleducati, fino a paranoici.
Insomma, in conseguenza al mancato presidio da parte di Unibo dei pacchetti di strumenti di lavoro digitali comprati, ci ritroviamo un sacco di funzionalità inutili ai fini dell’attività lavorativa, ma utili per costruire una cultura aziendalista neoliberale in cui il lavoratore ideale dev’essere sempre allineato, scattante, e possibilmente visibile in video.

Sappiamo bene che non è possibile, né lecito, sorvegliare le persone mentre lavorano: per questo ribadiamo che chi sceglie di non tenere la webcam accesa fa semplicemente la cosa giusta. Allo stesso modo, riteniamo necessario chiarire che indicatori di stato, classificazioni automatiche e relazioni “suggerite” dagli algoritmi non possono e non devono diventare strumenti di valutazione implicita del lavoro altrui.
Poiché da qualche parte bisognerà pur iniziare, abbiamo deciso di inviare una diffida all’Ateneo in merito all’uso dei bollini, all’eventuale geolocalizzazione e a tutte altre funzionalità che possano generale possibilità di controllo.
È un primo passo, minimale ma necessario. Vi terremo aggiornati!

 



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