Morti sul lavoro, salari poveri e precarietà: il Primo Maggio diventa denuncia e lotta sociale reale
In Italia si continua a morire nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, sui binari, nei magazzini e nei servizi.
Si lavora con contratti brevi, salari bassi, turni pesanti, precarietà permanente.
Chi lavora nei trasporti, nella sanità, nei servizi pubblici e nei luoghi di cura subisce aggressioni, carichi insostenibili e condizioni sempre più degradate.
Da festeggiare non c’è nulla quando il lavoro significa sfruttamento, ricatto e insicurezza.
Il 1° Maggio 2026 non può essere ridotto a passerella istituzionale né diventare una copertura retorica mentre nei luoghi di lavoro continuano a pesare appalti, subappalti, salari insufficienti, organici ridotti, turni pesanti, sicurezza negata e diritto di sciopero sempre più compresso.
Nel 2025 le denunce mortali INAIL sono state 1.093, di cui 792 sul lavoro, 293 in itinere e 8 studenti. Gli infortuni non mortali denunciati sono stati 516.839. Nei primi due mesi del 2026 le malattie professionali denunciate sono già 17.036, in aumento del 14,2%. Gli ultimi dati ufficiali disponibili ad aprile, le denunce di infortunio mortale sono già 102.
Il 28 aprile 2026, proprio nella Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, la Campania ha registrato l’ennesima morte sul lavoro.
Pasquale Perna, 37 anni, è morto ad Acerra, in provincia di Napoli, mentre lavorava in un impianto di trattamento dei rifiuti. La morte di Pasquale rende ancora più evidente la contraddizione tra le dichiarazioni istituzionali sulla sicurezza e la realtà materiale dei luoghi di lavoro, dove il rischio continua troppo spesso a essere scaricato su lavoratrici e lavoratori.
La realtà, però, continua a raccontare altro. Le morti sul lavoro non sono episodi isolati né semplici fatalità: sono il risultato di un modello produttivo che troppo spesso considera la sicurezza un costo, il personale una variabile da comprimere e il rischio una conseguenza da scaricare sui lavoratori.
La sicurezza non è una questione tecnica: è una questione politica. Quando mancano DPI adeguati, la formazione è solo formale, gli organici sono ridotti, gli appalti spezzano le responsabilità e i controlli sono insufficienti, non si può scaricare tutto sul cosiddetto fattore umano. La fretta e l’errore nascono dentro un’organizzazione del lavoro costruita sul risparmio, sui tempi imposti e sulla compressione dei costi.
A questo si aggiunge un altro elemento grave: la repressione contro chi denuncia. Nei luoghi di lavoro, lavoratrici, lavoratori, RLS, RSA e delegati sindacali che segnalano condizioni insicure, violazioni contrattuali, carenze organizzative o responsabilità aziendali vengono troppo spesso isolati, colpiti disciplinarmente, pedinati, demansionati o licenziati.
Il caso dei delegati CUB FLAICA alla Sangalli di Monza è emblematico. Lorenzo, responsabile della sicurezza e delegato sindacale CUB, senza alcun richiamo in otto anni di lavoro, aveva segnalato criticità sul Documento di Valutazione dei Rischi. Irana, da oltre trent’anni dipendente dell’azienda, aveva denunciato problemi concreti legati alle condizioni igieniche e organizzative del lavoro: docce senza acqua calda, sistemi di aerazione, mezzi a batteria non sempre adeguati alla durata del turno.
Invece di intervenire sulle criticità segnalate, l’azienda ha scelto la strada del controllo e della sanzione: pedinamenti tramite detective privati, fotografie, accuse disciplinari e licenziamento. Due delegati sindacali che avevano denunciato problemi reali di salute, sicurezza e dignità del lavoro sono stati trattati come un problema da rimuovere.
Cosa festeggiamo? Senza libertà sindacale, senza tutela reale di chi denuncia e senza potere effettivo di intervento per le rappresentanze dei lavoratori, la sicurezza resta una parola vuota.
Il lavoro povero è l’altra faccia della stessa realtà. Nei multiservizi, nelle pulizie, nel commercio, nelle cooperative, nel lavoro domestico e nei servizi alla persona, il part-time non è sempre una scelta: spesso è una condizione imposta, una povertà regolarizzata. Con buste paga da 450, 500 o 600 euro al mese non si paga un affitto, non si mantiene una famiglia, non si regge il costo della vita.
La stessa logica attraversa la filiera agroalimentare. Nei campi, nella trasformazione, nei magazzini, nella distribuzione e nella grande distribuzione organizzata, il cibo che arriva sugli scaffali passa troppo spesso attraverso lavoro povero, appalti, cooperative, ricatti occupazionali, sfruttamento dei lavoratori migranti, turni massacranti e salari insufficienti. Agricoltura, logistica e supermercati non sono mondi separati: sono parti della stessa catena del valore, dove chi lavora resta l’anello più debole mentre profitti e margini si concentrano altrove.
Nel pubblico impiego la situazione non è diversa. Organici ridotti, carichi di lavoro crescenti, servizi sotto pressione, esternalizzazioni, appalti e concorsi spesso vissuti come terreno opaco alimentano sfiducia e precarietà. La Pubblica Amministrazione viene raccontata come macchina da rendere più efficiente, ma senza assunzioni stabili, trasparenza, salari adeguati e tutela dei lavoratori, l’efficienza diventa solo compressione del lavoro pubblico e peggioramento dei servizi ai cittadini.
Anche la scuola vive dentro questa crisi. Precariato strutturale, tagli agli organici, personale ATA insufficiente, classi sovraffollate, riforme calate dall’alto e aziendalizzazione colpiscono chi lavora e chi studia. A questo si aggiunge la militarizzazione degli spazi educativi, denunciata da CUB SUR insieme all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: presenza crescente di cultura militare, Forze Armate, celebrazioni belliche e percorsi legati alla guerra dentro scuole e università. La scuola pubblica non può essere trasformata in terreno di risparmio, selezione sociale, adattamento al mercato e normalizzazione della guerra. Senza stabilità, investimenti, libertà d’insegnamento, democrazia scolastica e cultura di pace, non esiste diritto reale all’istruzione.
Nei trasporti il personale ferroviario, gli autoferrotranvieri, chi lavora negli aeroporti, nella logistica e nell’indotto subisce turni pesanti, aggressioni, appalti, ristrutturazioni e compressione del diritto di sciopero. Il nome di Alessandro Ambrosio, capotreno Trenitalia di 34 anni ucciso nel parcheggio riservato ai dipendenti della stazione di Bologna, appartiene a questo Primo Maggio di denuncia.
La stessa logica attraversa la sanità. Nel 2025 sono state registrate 17.956 segnalazioni di aggressione contro operatori sanitari e sociosanitari, con 23.367 lavoratrici e lavoratori coinvolti La sanità di prossimità non può essere costruita scaricando su infermieri, OSS, medici, tecnici e personale dei servizi territoriali il peso del disagio sociale, delle carenze organizzative e della violenza.
Bonus, incentivi e misure una tantum non aumentano i salari base, non danno continuità, non cancellano la precarietà e non proteggono davvero dall’inflazione. Il risultato è evidente: salari fermi, prezzi in aumento, lavoratrici e lavoratori sempre più poveri.
Mentre la condizione del lavoro peggiora, anche il diritto di sciopero viene compresso: fasce di garanzia, rarefazione, interventi della Commissione di Garanzia, precettazioni governative e tentativi di ridurre l’efficacia delle mobilitazioni colpiscono soprattutto trasporti e servizi pubblici essenziali. Il conflitto viene tollerato solo se non incide davvero.
Anche la bocciatura della riforma della magistratura al referendum del 22 e 23 marzo ha avuto un significato democratico preciso: ha fermato un intervento che avrebbe inciso sugli equilibri della giustizia. Chi lavora ha bisogno di salario, sicurezza e diritti, ma anche di una giustizia autonoma per difendersi da licenziamenti, discriminazioni, appalti irregolari, abusi e morti sul lavoro.
Questo governo tende in ogni modo a comprimere la forza collettiva di lavoratrici e lavoratori: precarizza, attacca il diritto di sciopero, riduce gli spazi democratici, aumenta la spesa militare e lascia senza risposte strutturali salari, sicurezza e povertà. Per questo lo sciopero generale del 29 maggio, proclamato dalla CUB e da altri sindacati di base, si colloca dentro una scelta politica precisa: contrastare un modello economico che aumenta la spesa militare, sostiene il riarmo europeo e sottrae risorse a salari, sanità, scuola, sicurezza e servizi pubblici.
Non c’è nulla da festeggiare se lavorare significa rischiare la vita. Non c’è nulla da festeggiare se milioni di persone lavorano e restano povere. Il 1° Maggio deve essere memoria di chi è morto, denuncia di chi viene sfruttato e organizzazione di chi non accetta più lavoro povero, precario e insicuro.
Per la CUB il lavoro non è una festa quando diventa ricatto: è terreno di conflitto, lotta per salario, sicurezza, dignità e diritti.
Napoli, 1 maggio 2026
CUB Campania
