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Report CUB Lavoro 2026: verso lo sciopero generale del 29 maggio

Salari erosi, cantieri che uccidono, welfare smantellato e miliardi pubblici dirottati verso il riarmo e la complicità nel genocidio a Gaza. Il “Report CUB Lavoro 2026” smaschera la narrazione del governo: vivere di lavoro significa oggi sopravvivere. Il 29 maggio il blocco del Paese con lo sciopero generale proclamato da Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas e Usi Cit, che attraverserà le piazze di numerose città italiane.

C’è un’Italia che la narrazione trionfalistica del governo sui “record occupazionali” tenta disperatamente di nascondere. È l’Italia in cui avere un contratto non garantisce più l’uscita dalla povertà, in cui il salario viene divorato dall’inflazione e in cui le risorse destinate alla sanità e alla casa vengono sacrificate sull’altare dell’economia di guerra e del riarmo. A squarciare il velo di questa ipocrisia istituzionale è il Report CUB Lavoro 2026, un corposo documento analitico e politico che non si limita a incollare cifre, ma ricostruisce la catena di sfruttamento che lega la precarietà di fabbriche e appalti alle bombe che cadono su Gaza.

Dalle rivendicazioni poste alla base dello sciopero generale del 29 maggio 2026 nasce il Report CUB Lavoro 2026: uno strumento di analisi, denuncia e mobilitazione che ricostruisce il legame tra salari impoveriti, precarietà, appalti, morti sul lavoro, welfare smantellato, riarmo ed economia di guerra.

Salari da fame e precarietà come disciplina I numeri della macelleria sociale sono spietati. Mentre i prezzi dei beni essenziali sono esplosi, l’Italia vanta un primato negativo tra le economie avanzate: a inizio 2025 i salari reali risultavano inferiori del 7,5% rispetto al 2021, cumulando una perdita drammatica dell’8,7% dal 2008. A questo si aggiunge una precarietà che non è più transizione, ma forma ordinaria di disciplina della forza lavoro. L’84,2% dei contratti cessati non supera l’anno di vita ed esplode il part-time involontario, una gabbia di ore ridotte e salari da fame che intrappola l’8,5% degli occupati, accanendosi in particolare sulle donne (13,7%) e sui giovani. La rivendicazione è chiara: un salario minimo di almeno 12 euro l’ora e la reintroduzione immediata di una “scala mobile” per adeguare automaticamente le retribuzioni al costo della vita.

La strage quotidiana e la giungla degli appalti Lavorare in Italia significa rischiare la vita. Nel 2025, l’INAIL ha registrato 1.093 denunce per infortuni mortali, di cui 8 riguardanti giovani studenti. Non è fatalità: è il risultato di un sistema fondato su gare al ribasso e frammentazione delle filiere attraverso i subappalti. Di fronte a questa strage, lo Stato si volta dall’altra parte: l’Ispettorato Nazionale del Lavoro riesce a coprire appena l’1,9% dei circa 5 milioni di imprese attive, eppure, dove i controlli arrivano, il tasso di irregolarità tocca il 71,9%.

Smantellamento del welfare e diritto all’abitare Mentre i salari languono, il welfare pubblico arretra, privatizzando di fatto il diritto alla salute. I definanziamenti cronici hanno spinto 5,8 milioni di persone a rinunciare a visite o esami medici per liste d’attesa interminabili o costi inaccessibili. Parallelamente esplode la bomba abitativa: in un Paese con oltre un milione di famiglie povere in affitto, si contano circa 40.000 provvedimenti di sfratto all’anno. Contro questa barbarie, il sindacato esige il blocco degli sfratti e l’applicazione del principio del passaggio “da casa a casa” per non lasciare nessuno in mezzo alla strada.

Deindustrializzazione pagata a peso d’oro L’Italia sta perdendo sovranità industriale e lo sta facendo con i soldi pubblici. Tra il 2018 e il 2024, lo Stato ha regalato oltre 107 miliardi di euro in agevolazioni alle imprese, senza pretendere in cambio vincoli occupazionali o garanzie contro le delocalizzazioni. I casi dell’automotive (Stellantis), degli elettrodomestici (con gli esuberi di Electrolux e la crisi Beko) e dell’ex-Ilva, dimostrano che la transizione è in realtà una ristrutturazione spietata gestita da multinazionali, pagata dai lavoratori.

Fermare l’economia di guerra e il genocidio in Palestina È qui che il cerchio si chiude. Le risorse negate alla sanità, alla scuola e agli stipendi vengono trovate istantaneamente per finanziare il riarmo. L’Italia si prepara a spendere per il solo 2026 una spesa militare diretta stimata a quasi 34 miliardi di euro, di cui 13,1 miliardi destinati all’acquisto di nuovi armamenti. Si consolida un “keynesismo militare” che trasforma le infrastrutture civili (porti, ferrovie, scuole) in ingranaggi logistici e ideologici per la guerra.

Ma c’è un limite politico ed etico invalicabile, ed è la complicità con il genocidio a Gaza. Il report prende una posizione netta, chiara e non negoziabile: si esige un cessate il fuoco immediato e permanente, lo stop totale alla vendita e fornitura di armi a Israele, l’imposizione di sanzioni allo Stato di Israele e la rottura di ogni relazione diplomatica e commerciale complice del massacro. Si esprime inoltre totale solidarietà alla Global Sumud Flotilla, attaccata con veri e propri atti di pirateria di Stato in acque internazionali. Come affermano con coraggio i portuali e i logistici che si rifiutano di movimentare le armi: chi lavora non accetta di essere trasformato nell’ultimo anello operativo dell’economia di guerra.

Una presa di posizione resa ancora più drammatica e urgente dalle immagini diffuse il 20 maggio 2026, in cui il ministro israeliano Ben-Gvir mostra l’umiliazione pubblica, i fermi e i trattamenti degradanti subiti in acque internazionali dagli attivisti della Global Sumud Flotilla. La violenza contro chi cercava di rompere l’assedio a Gaza con una missione civile è denunciata dai sindacati come una chiara intimidazione politica, un abuso da accertare in modo indipendente lontano da ogni logica di Stato.

Le piazze del 29 maggio Di fronte a un sistema che depotenzia il diritto di sciopero e reprime il conflitto sociale a colpi di Decreti Sicurezza, la risposta non può essere la rassegnazione. La giornata di sciopero generale non si limiterà al solo blocco delle attività lavorative: ci saranno numerose manifestazioni che attraverseranno le piazze di tante città italiane. Un’onda di mobilitazione reale per unire pubblico e privato, operai e studenti, precari e pensionati, e riprendersi il diritto di decidere sul proprio futuro.

Non c’è liberazione dal ricatto della precarietà senza opposizione alla logica bellica. Lo sciopero e i cortei cittadini del 29 maggio si annunciano dunque come una grande giornata di ricomposizione del conflitto sociale, per ribadire che le vite di lavoratrici, lavoratori, precari e studenti non sono sacrificabili sull’altare della rendita e dei profitti militari.

Di seguito, in allegato, la lettura integrale del Report CUB Lavoro 2026.

Napoli, 25 maggio 2026

CUB Campania

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