di Federico Giusti CUB Pisa e Valentina Salada CUB Bologna
“La fabbrica è la fucina della lotta, questo dicono i sindacati. La verità è che quando il padrone (lo Stato) ha bisogno a Taranto si bloccano le strade, ma a Taranto non si fanno scioperi per i diritti e quando muoiono gli operai non interessa a nessuno.”
Un lavoratore Ilva dal 1997
C’era un tempo in cui il sindacato spiegava ai lavoratori che per portare a casa la paga bisognava «mandare giù il veleno». Era il ricatto novecentesco: la salute contro il pane, la vita contro il salario. Una spaccatura profonda nella classe lavoratrice, usata per tutelare i profitti dei padroni a discapito della salute degli operai e delle comunità.
Quel ricatto non è mai finito. L’Italia rimane il paese dei disastri ambientali impuniti, delle bonifiche promesse nei verbali e rinviate all’infinito nei fatti, delle multinazionali che incassano dividendi, avvelenano i territori e poi lasciano alla collettività l’onere della bonifica dei danni ambientali e sociali. Ma a questo scenario già devastante si è aggiunto un elemento ancora più cinico: la conversione del disastro ecologico in economia di guerra.
L’accordo del 27 ottobre: tappeti rossi ai mercanti di morte
L’intesa siglata il 27 ottobre sull’ex Ilva di Taranto è la plastica dimostrazione di questa resa. Non è un caso che, mentre si preparavano a firmare, alcuni sindacati presenti in RSU stessero inizialmente raccogliendo le adesioni dei lavoratori per organizzare i pullman alla volta di Roma proprio per il 27 ottobre; pullman che sono stati repentinamente disdettati con la scusa che “non è il caso”. Il risultato è stato un verbale che, a nostro giudizio, si è rivelato senza impegni concreti e, ancora una volta, senza adeguate garanzie per la vita dei tarantini.
Seduti allo stesso tavolo con il Governo, i sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL) e USB hanno firmato un testo che non garantisce alcuna reale bonifica, non prevede alcuna tassazione straordinaria sui grandi capitali o sugli eventuali extra-profitti, lascia invece aperta la strada a una riconversione industriale che potrebbe coinvolgere anche la produzione bellica come si evince da alcuni articoli di cronaca locale.
I colossi degli armamenti (Leonardo, Rheinmetall, Fincantieri) vengono chiamati a partecipare a un’operazione che rischia di trasformarsi in un arrembaggio industriale sulle macerie dell’acciaieria. In un quadro normativo che prevede ammortizzatori sociali, esoneri contributivi e cassa integrazione sostenuti da risorse pubbliche, si apre la prospettiva di nuovi insediamenti industriali, anche nel settore degli armamenti, mentre resta da chiarire quali costi saranno effettivamente sostenuti dalle imprese e quali ricadranno sulla collettività
Il conto occupazionale? Un’illusione venduta ai lavoratori. A fronte di oltre 8.000 famiglie tra gestione diretta e indiretta ossia l’indotto (a partire da ADI Servizi Marittimi) travolte dalla crisi e ricacciate nel ricatto della CIGS – con una scadenza farsa fissata già a giugno 2027 – la produzione bellica garantisce nei fatti, nella migliore delle ipotesi, un solo posto di lavoro ogni tre distrutti. Ma per le burocrazie sindacali va bene così: eppure si fa concreto il rischio di barattare la salute dei cittadini con la fabbricazione di armi.
La schizofrenia di chi firma con la mano destra e protesta con la sinistra
Ciò che rende questa vicenda politicamente intollerabile è la complicità del sindacalismo che si autodefinisce “di base”. USB non si distingue in nulla dalle sigle confederali.
Non si può urlare in piazza contro il massacro sociale e contro la deriva militarista della società, per poi andare ai tavoli ministeriali e sottoscrivere accordi che rischiano di consegnare i territori alla produzione di armi. È la solita, stancante logica della firma a tutti i costi, che finisce per privilegiare la presenza ai tavoli di contrattazione e l’agibilità degli apparati rispetto alla costruzione di una reale opposizione sindacale. Lo stesso copione già visto per il pubblico impiego: si sventola la protesta a favore di camera, ma poi si firma la resa contrattuale nei palazzi.
Una pantomima infinita dimostra che a Taranto le regole non esistono
Sempre nell’accordo sottoscritto lo scorso 27 ottobre troviamo la transizione ai forni DRI e ai forni elettrici: una farsa tecnologica alimentata a gas per produrre il “pre-ridotto” che richiederà tempi biblici e insostenibili – stimati in almeno dieci anni – con un impatto continuo sulla salute degli abitanti. E un’altra area viene adesso destinata ai nuovi impianti: Lido Azzurro.
Qui emerge l’incredibile doppio standard nazionale: a Genova si è fatto esattamente ciò che i cittadini e i lavoratori di Taranto chiedono da anni. Si è fermata l’area a caldo e si è pretesa la bonifica. Perché allora certi sindacati parlano della bonifica integrale come il “libro dei sogni”? Dopo tanti anni non sarebbe forse corretto parlare del “libro della morte” a fronte di centinaia, migliaia di tumori diagnosticati nell’area tarantina?
Persino il TAR di Genova si era espresso in modo nettamente contrario all’installazione di impianti e forni DRI e elettrici per l’impatto e i rischi sulla popolazione: ma se a Genova quegli impianti vengono giudicati inaccettabili, per quale perversa ragione a Taranto dovrebbero andare bene ed essere inseriti come salvifica soluzione nello stesso accordo del 27 ottobre?
La prevenzione vera non si baratta: l’alternativa è il “Piano dal Basso”
Quando la sicurezza sul lavoro viene ridotta al semplice adempimento documentale preventivo, il principio di effettività rischia di trasformarsi, nel Bel Paese, nella presunzione che la realtà si adegui automaticamente alla carta, rendendo superfluo qualsiasi controllo sulla concreta efficacia delle misure di tutela. In realtà, “fare prevenzione” “fare sicurezza” è, o dovrebbe essere, la prima scelta dei processi produttivi. In altri termini, non esiste tutela della salute all’interno della fabbrica se l’impianto produce morte all’esterno e diventa ancora morte oltre i nostri confini.
Una proposta concreta per superare il ricatto occupazionale esiste già: il Piano Taranto, elaborato attraverso un percorso partecipativo che ha coinvolto, dal basso, il Comitato Liberi e Pensanti, Giustizia per Taranto, FLMUniti-CUB e numerose altre realtà associative e territoriali impegnate nella difesa della salute, del lavoro e del futuro della città.
Genova insegna che fermare gli altiforni si può: l’Accordo di Cornigliano del 2005 ha dimostrato che la chiusura dell’area a caldo non distrugge il lavoro, se i lavoratori vengono garantiti e impiegati nelle bonifiche.
Questo progetto dimostra, dati alla mano, che rompere la monocultura siderurgica è possibile!
Bonifica pubblica prioritaria e lavoro garantito: reimpiegare il 100% dei lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto nelle operazioni di bonifica dei suoli, delle falde e del mare, mantenendo salario e tutele integrali a carico delle responsabilità d’impresa e dello Stato.
Riconversione ecologica reale: valorizzazione della Blue Economy, dell’agricoltura biologica, della ricerca scientifica e delle energie pulite utilizzando integralmente gli 800 milioni di euro del Just Transition Fund europeo, il cui effettivo impiego per la riconversione ecologica del territorio resta una questione centrale e irrisolta.
Cacciata dei mercanti d’armi: rifiuto totale di qualunque riconversione industriale a fini bellici. Nessun metro quadrato di terra deve essere regalato a chi lucra sui conflitti globali.
Chiunque si immagina un sindacato come il baluardo naturale a tutela dei diritti e della dignità dei lavoratori farebbe bene a guardare in faccia la realtà dell’ex Ilva: qui tutto questo non esiste più. Nessuno fa più conto sui governi che si susseguono, ma la verità insostenibile è che nessuno fa più conto neanche sui sindacati considerati da tanti lavoratori e lavoratrici come una sorta di notai della resa.
Non c’è dignità nel lavoro se costa la vita dei lavoratori, di chi vive nel territorio, di chi abita dove le bombe dettano il tempo.
Eppure, la città di Taranto non è disposta a chinare la testa. Lo ha dimostrato con forza la marea umana scesa in piazzale Democrate lo scorso 17 ottobre: il corteo «Taranto torna a Vivere» ha accolto 20.000 persone per urlare la necessità inderogabile di un cambiamento radicale.
Una mobilitazione così imponente non è bastata a scalfire il monopolio delle dirette no-stop su Milano e Bologna: d’altronde, lo scenario perfetto per firmare capolavori richiede silenzio.
Ma la rotta è tracciata e non ammette compromessi al ribasso: l’ex ILVA deve essere chiusa e il territorio deve essere finalmente bonificato e restituito alla vita.
Contro il ricatto della nocività, contro la truffa dell’economia di guerra e contro chi firma la resa del movimento operaio: costruiamo una vera opposizione civile e sindacale!
Novembre 2026
