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Summit NATO ad Ankara: affari per le imprese e aumento della spesa pubblica

F. Giusti, E. Gentili – Centro studi politico-sindacale

L’ultimo aggiornamento relativo alle spese militari conferma che Canada e paesi Ue hanno accresciuto oltre ogni previsione i propri investimenti, portando alcune nazioni ad attestarsi, nell’anno corrente, sul 3,5% del PIL.[1]

Nei due giorni di summit ad Ankara non sono state superate le divisioni interne all’Alleanza Atlantica e conseguentemente il compromesso raggiunto si limita in sostanza all’aumento delle spese militari, dando vita a un insieme di commissioni per le imprese della guerra che farà lievitare gli investimenti in armi. In altri termini potremmo asserire che tale compromesso si materializzerà in un’ondata di appalti, «che aumenteranno la produzione e l’innovazione nella difesa in tutta l’Alleanza e forniranno nuove capacità per rafforzare la deterrenza e la difesa della NATO»[2].

Il Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, annuncia l’acquisto congiunto di aerei con e senza pilota e la modernizzazione degli apparecchi oggi in dotazione, per un giro di affari considerevole. E infatti ad Ankara non erano presenti solo alti funzionari della NATO, ministri e membri dei Governi aderenti: erano circa 100 le aziende partecipanti, a conferma che dietro ogni Riarmo si celano interessi materiali. Non per caso «governi e industria hanno annunciato nuovi importanti impegni, tra cui nuovi contratti di acquisizione per un valore superiore a 50 miliardi di euro»[3].

I. Rafforzamento delle filiere

Il summit appena terminato pare destinato a fare storia per il carattere pragmatico che l’ha caratterizzato, se pensiamo che i colloqui si sono indirizzati prevalentemente verso la capacità produttiva dell’industria della guerra e la capacità di attrarre nuovi investimenti. A tal proposito sono significativi i 27 miliardi di € previsti per il rafforzamento delle filiere, in particolar modo quelle dell’approvvigionamento energetico. Questa scelta rappresenta l’ulteriore conferma di come sia ormai difficile, nei Paesi NATO e altrove, discernere tra civile e militare, e questo per via del collegamento sempre più stretto tra le filiere produttive e logistiche dell’industria civile e quelle del complesso militare. Del resto, anche quando parliamo di spazio, sorveglianza, automotive, aeronautica, di cantieristica navale o perfino delle banchine portuali e via dicendo, non facciamo più riferimento soltanto alle tecnologie a uso civile che sono loro proprie, bensì anche a sistemi d’arma di difesa e offesa oppure alla logistica militare.

II. Guerra in Ucraina

Passando oltre, la guerra in Ucraina fortemente voluta dagli USA per consumare l’economia russa in un conflitto lungo e dispendioso (e gli ultimi dati del FMI confermano il peggioramento dello stato di salute dell’economia moscovita) è comunque servita a testare le capacità di risposta della NATO e a permettere di individuare le criticità del sistema produttivo e, in particolar modo, quelle del sistema di approvvigionamento. L’UE, del resto, negli ultimi due anni ha adottato politiche atte a stimolare la produzione militare e a semplificare le procedure per il rifornimento delle scorte. Il tema russo-ucraino è stato affrontato anche nel summit e a proposito segnaliamo sia il rinnovato sostegno di Erdogan al Paese aggredito, sia l’impegno «a fornire almeno 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento all’Ucraina quest’anno e di nuovo il prossimo»[4].

III. Italia

         Non vi sono novità rispetto agli impegni presi al summit precedente, quello de L’Aja, nel quale l’Italia aveva dichiarato di voler aumentare le proprie spese militari fino a «raggiungere il 5 per cento del PIL entro il 2035»[5].

         Rispetto invece al Documento Programmatico di Finanza Pubblica del 2025, in cui il Governo programmava «un incremento della spesa per la difesa in rapporto al PIL fino a 0,5 punti percentuali su base cumulata entro il 2028»[6], va (relativamente) meglio: nel summit Meloni ha pattuito un + 0,4%, a fronte di una crescita economica assai contenuta e al di sotto delle meno rosee previsioni. Una nuova conferma, questa, di come gli investimenti nel settore della Difesa in Italia siano difficili e rendano poco. Meglio così, ma nel frattempo l’economia di guerra indirizza sempre più risorse agli investimenti indispensabili per il salto tecnologico dei prodotti e delle infrastrutture militari: enormi capitali destinati alla “sicurezza”, che non viene declinata sotto forma di spese sociali e welfare ma attraverso sistemi di controllo e repressivi.


[1] Comunicato stampa, NATO, Defence Investment of NATO Countries (2014-2026), https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2026-en.pdf.

[2] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/07/tens-of-billions-in-new-procurements-revealed-at-the-nato-summit-defence-industry-forum-in-ankara.

[3] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.

[4] Cfr. https://www.nato.int/en/news-and-events/articles/news/2026/07/08/secretary-general-on-the-ankara-summit-nato-delivers.

[5] Documento di Finanza Pubblica 2026, 27 Aprile 2026, p. 108.

[6] Ibidem.

10 luglio 2027

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