I lavoratori e le lavoratrici dei beni culturali vittime incolpevoli di precarietà
Il variegato mondo dei beni culturali è stato colpito più di altri dalle logiche di austerità, progressivamente si è affermato il sistema degli appalti al massimo ribasso per la gestione dei servizi oltre a fenomeni a dir poco preoccupanti come il volontariato mascherato ossia servizi, o porzioni degli stessi, dati ad associazioni che utilizzano come bassa manovalanza uomini e donne senza regolare contratto di lavoro, appassionati della materia trasformati alla occorrenza in guide, docenti, addetti al book office e con altre, innumerevoli, mansioni
Desta preoccupazione il crescente ricorso ad associazioni di volontariato alle quali anche gli enti locali affidano attività e servizi, volontariato che asseconda la logica di risparmio sostituendosi a personale regolarmente contrattualizzato e adeguatamente formato. Quando si parla della scomparsa di posti di lavoro in certi casi dovremmo fare i conti con questa annosa situazione e con il ruolo regressivo del terzo settore.
Questo meccanismo di sostituzione del personale contrattualizzato con il volontariato impoverisce la qualità del servizio contribuendo allo svilimento del patrimonio artistico e culturale per quanto molti volontari operino in buona fede al contrario di chi sta a capo dell’associazionismo e di quanti, nel pubblico, scientemente cercano la minor spesa spacciandola come scelta obbligata per la sopravvivenza del settore dei beni culturali.
In numerosi musei abbiamo lavoratori statali che operano a fianco di personale delle cooperative, quest’ultimo magari presenta livelli di istruzione e specializzazione maggiori ma percepisce salari decisamente più bassi.
Per quanto riguarda gli appalti, alcune delle principali conseguenze delle esternalizzazioni sono le seguenti:
- precarietà lavorativa, aggravata dalla stagionalità turistica, che non produce benessere per chi vive nelle città storiche né garantisce loro un adeguato respiro culturale;
- sfruttamento dei lavoratori, assunti con tipologie contrattuali fortemente limitative dei diritti e profondamente invasive della vita personale;
- richiesta di requisiti altamente specialistici a fronte di contratti e stipendi inadeguati;
- applicazione di contratti peggiorativi e di CCNL che hanno poco o nulla a che vedere con il lavoro nei beni culturali;
Infine, ma non meno importante, il grave tema della sicurezza nei luoghi di lavoro: postazioni non idonee e condizioni insufficientemente tutelate rappresentano un problema drammatico generato dal sistema degli appalti. Facciamo presente che molte strutture museali attendono da anni ristrutturazioni, ampliamenti per ospitare nuove sale, una riorganizzazione degli spazi che permetta di valorizzare il patrimonio custodito. Abbiamo toccato con mano situazioni paradossali tra assenza di spogliatoi, microclima inadeguato, questo solo per limitarci al tema della sicurezza.
È quindi necessario interrogarsi seriamente su appalti, contratti, tipologie lavorative disconosciute, su professionisti mortificati e relegati in spazi marginali, spesso lontani da sguardi indiscreti che potrebbero portare alla luce le reali condizioni di vita e di lavoro di chi opera nei musei e, più in generale, in tutto il settore culturale: dai teatri alle biblioteche, dagli archivi alle guide turistiche, fino al settore editoriale. Un sistema che finisce per trasformare tante e tanti in manodopera sottopagata.
Il rapporto tra beni culturali e offerta turistica andrebbe poi affrontato con serietà non debba essere confinata prevalentemente ai cinque mesi della stagione estiva. Le amministrazioni dovrebbero impegnarsi a garantire continuità e maggiore visibilità al patrimonio artistico e culturale, puntando su una promozione di alta qualità durante tutto l’anno — mostre di valore scientifico, eventi culturali, attività laboratoriali permanenti nei musei — capace di generare interesse costante. Ciò favorirebbe non solo la maggiore stabilità lavorativa ma avrebbe anche ricaduta positiva sulla città, sulle attività economiche e sull’impronta culturale che vogliamo e scegliamo di darle.
I siti culturali, con l’allora governo di centrosinistra, vennero considerati a tutti gli effetti beni essenziali e per questo sottoposti a quelle rigide regole che limitano fortemente il diritto allo sciopero.
Oggi il personale addetto nei beni culturali è abbastanza giovane e ha mediamente trenta anni di lavoro ancora prima della pensione, dovremmo riflettere sul futuro assegno previdenziale che percepiranno con il costante ricorso ai contratti part time che riduce il monte contributivo.
A meno di non considerare di passaggio questa attività lavorativa prima o poi dovremo fare i conti con i lavori poveri, costruiti sul precariato, sul lavoro stagionale, sul tempo determinato o sul part time, un domani questa massa invisibile costituirà un problema rilevante con pensioni da fame al di sotto della soglia povertà. Sarà il caso di intervenire fin da ora su appalti e tipologie contrattuali? Per farlo bisogna fare rete e noi vogliamo porci in questa ottica per portare il conflitto anche nei luoghi della cultura
Le lavoratrici e i lavoratori esternalizzati dei musei di Volterra iscritti al sindacato di base CUB
