Il Consiglio dei Ministri, ha approvato, a pochi giorni dal 1 Maggio, il decreto-legge con cui vorrebbero imprimere una svolta decisiva al mondo del lavoro con nome contro il caporalato digitale , per il salario giusto e incentivando l’occupazione.
Partiamo dal nodo delle risorse, il Governo stanzia poco più di 900 milioni di euro, una cifra senza dubbio ragguardevole ma sono proprio le finalità a lasciarci a dir poco perplessi, siamo davanti a formule dimostratesi inadeguate come quelle che ritengono gli incentivi alle imprese la strada da percorrere per favorire l’occupazione.
Andiamo avanti non con interventi strutturali ma attraverso le politiche temporanee dei bonus, se il mercato del lavoro non è inclusivo dovremmo chiederci innanzitutto quali siano i punti deboli sui quali intervenire, al contrario si pensa ai bonus, a incentivi destinati alle imprese attraverso esoneri contributivi fino al 100 per cento per 24 mesi per assumere lavoratrici svantaggiate, bonus per le le aree degradate ed economicamente in crisi da tempo.
Dopo anni di sgravi fiscali alle imprese, di detassazioni dei premi i risultati ottenuti non sono dei migliori, a guadagnarci sono stati i datori e in misura assai minore lavoratori e lavoratrici, lo Stato al contempo ha rinunciato a sicure entrate che poi mancano al welfare
Si pensa che i bonus siano la soluzione migliore per un mercato del lavoro nel quale mancano professionalità , conoscenze diffuse, basterebbe ricordare che il boom degli occupati riguarda la fascia di età tra i 50 e i 59 anni mentre gli under 30 per i quali gli investimenti formativi sono inadeguati registra dati occupazionali preoccupanti. Rispetto a un anno fa poi la fascia di età tra i 35 i 49 anni perde 267 mila unità lavorative, sono i risultati di politiche errate e di un ottimismo insensato rispetto a dati parziali tanto che l’Eurostat ammette la crescita occupazionale italiana riconoscendo al contempo che quanto a numeri effettivi siamo ultimi in Europa.
Proviamo a sviluppare il nostro ragionamento in pochi punti: I bonus servono all’occupazione? Servono forse se l’economia tira e cresce in misura maggiore dei dati previsti anche dal Dpef, se gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono maggiori di quelli certificati, se ci sono settori dell’economia trainanti. Se invece l’economia sta in difficoltà serie una azienda alla prese con un futuro incerto prima di effettuare assunzioni a tempo indeterminato ci penserà due o tre volte e alla fine potrebbe ricorrere a contratti interinali e a tempo determinato. Negli anni sessanta, tiravano alcuni mercati, dalle auto, agli elettrodomestici, dalle due ruote alla manifattura, in quegli anni i tassi di crescita economica erano ben diversi da quelli odierni, la richiesta di personale era diffusa come anche forte l’impegno del pubblico e del privato nel promuovere dei percorsi formativi. Siamo quindi ancora dell’idea che i bonus restino la soluzione migliore per far decollare economia e occupazione?
Come pensiamo di combattere la miseria salariale e la continua erosione del potere di acquisto?
Fino ad oggi sono stati proprio i bassi salari a rappresentare il cavallo di battaglia dell’imprenditoria, i fattori di competizione se dipendono dal ridotto costo del lavoro in tempi medi i nodi vengono al pettine.
Anche in questo caso il Governo si arrampica sugli specchi nascondendosi dietro alle posizioni assunte dal CNEL, ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali (CCNL) stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative, quei minimi che poi si sono dimostrati invece del tutto inconsistenti . Il dumping salariale non si contrasta in questi modi, perfino le disuguaglianze economiche nei vari comparti della Pubblica amministrazione restano le cause della perdita di migliaia di lavoratori negli enti locali e nella sanità. Il Governo evita di stabilire per legge un salario minimo ben consapevole che oggi i contratti nazionali non assicurano equità e dignità alla dinamica salariale, in questo modo evita tuttavia contenziosi con le parti datoriali e accontenta i sindacati rappresentativi consegnando loro il monopolio della contrattazione. Il Governo non mette in discussione le norme che disciplinano i rinnovi contrattuali, il codice Ipca con cui calcolano, al ribasso, gli aumenti, provano a nascondersi dietro alla promessa di adeguare le retribuzioni forfettariamente in misura pari al 30% della variazione dell’Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato (IPCA) in caso di mancato rinnovo entro 12 mesi dalla scadenza. Altre dovrebbero essere le soluzioni, ad esempio: abrogazione del codice Ipca che non tiene conto dei costi energetici, sostituzione della indennità di vacanza contrattuale con aumenti reali fin dal primo mese di scadenza contrattuale.
E veniamo ad altre norme, ad esempio la lotta annunciata contro il caporalato digitale, sarebbe stato sufficiente far pagare tasse alle grandi piattaforme imponendo loro l’applicazione di contratti dignitosi, rigidi rapporti di lavoro a tempo determinato ed indeterminato. Rivoluzionario per il Governo diventano le misure di contrasto dei noleggio degli account per l’accesso alle piattaforme solo attraverso SPID e CIE. Ancora più banale il cosiddetto diritto alla trasparenza algoritmica quando sono proprio gli algoritmi a definire forme di sfruttamento insensata della forza lavoro sancendo una sorta di moderna schiavitù attraverso l’uso padronale della tecnologia. In tempi di intelligenza artificiale la elaborazione del governo appare ben poca cosa.
E chiudiamo sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anche in questo caso si torna ai santi vecchi, agli sgravi contributivi per le imprese che adottano la certificazione UNI/PdR 192:2026, che (come riporta la nota stampa del Consiglio dei Ministri9 ” definisce requisiti verificabili e indicatori di performance per le organizzazioni, private e pubbliche, che scelgono di investire in modo strutturato su maternità, paternità, carichi di cura, flessibilità organizzativa, welfare aziendale, salute e continuità di carriera”.
La pezza è peggiore del buco, da quando in qua acquisire una certificazione (nel paese degli enti formatori e delle università telematiche) diventa garanzia assoluta della salvaguardia dei diritti?
E se possibile, una parola andrebbe spesa per la previdenza complementare con la possibilità di conferire alla stessa le quote del TFR maturate nel primo semestre dell’anno 2026, l’ennesimo regalo alla seconda gamba previdenziale ma a mero discapito della prima.
Se queste sono le misure atte alla ripresa dell’occupazione i risultati saranno se non proprio nulli veramente deludenti.
(Lavoratori e delegati Cub Pisa)
