Ottobre 2026 – Da quanto emerge dalla lettura dei giornali, dai servizi della tv e soprattutto da quanto si sente nei mercati e nei negozi di quartiere (quelli che ancora resistono) si percepisce come il problema del caro vita cominci a interessare anche chi fino a oggi non aveva prestato particolare attenzione ai diffusi rincari di energia e beni di prima necessità. Le poche mobilitazioni in corso però, a nostro parere, dimenticano come a generare l’inflazione sia proprio l’economia di guerra, da quando, a fine febbraio 2026, Usa e Israele hanno attaccato l’Iran, le cui conseguenze risultano particolarmente negative per le economie europee che ricevono il greggio proveniente o transitante dal Golfo Persico (un tempo le forniture principali arrivavano dalla Russia a costi decisamente inferiori di quelli attuali).
Asserire allora che la guerra e l’economia di guerra sono la causa primaria dell’inflazione e del rallentamento degli indici economici europei rappresenta quindi una lettura oggettiva della realtà. Come si desume dalla lettura e dal confronto dei dati numerici, tra marzo e agosto la Ue ha avuto costi netti aggiuntivi per 54 miliardi di dollari solo per le importazioni di gas e petrolio, basterebbe questo solo dato per aprire una riflessione sull’economia di guerra e anche sulle cause di un conflitto che sembra costruito per indebolire il Vecchio Continente… Una lettura interessante in questo senso è quella dei rapporti dell’ufficio studi della Cgia di Mestre per cui a fine anno saranno ben 29 i miliardi in più da pagare tra rincari per elettricità, gas e carburanti. In questi mesi il costo dell’energia elettrica in Italia è balzato del 51,2%, i rincari sono il prodotto delle guerre, nel Golfo Persico e in Ucraina i canali di approvvigionamento sono insicuri e i costi decisamente elevati, si aggiungano le speculazioni finanziarie e l’aumento delle spese militari che sottraggono risorse al welfare per avere una fotografia della realtà.
Il Governo sta provando a tamponare i danni ma secondo noi senza alcun coraggio, sostiene infatti Usa e Israele, partecipa attivamente al riarmo, immagina forse di calmierare le bollette degli italiani con i fondi pubblici (153 euro all’anno di spesa aggiuntiva per l’elettricità e di 477 euro per il gas). E i rincari a doppia cifra riguardano a loro volta numerosi beni alimentari di largo consumo, questa è l’economia di guerra e i rincari non sono un incidente di percorso.
L’orizzonte definito dall’economia di guerra
Un aspetto saliente della nostra riflessione è legato agli scioperi di Settembre e Ottobre 2025 che per l’ampia partecipazione non possono rappresentare il parametro di confronto per ogni futura mobilitazione dato che un’analisi critica della realtà impone di aprire un dibattito su argomenti divisivi come la riconversione della manifattura da civile a militare, sull’economia di guerra in tutti i suoi risvolti, sull’ampliamento degli organici militari e sulla Legge di iniziativa popolare che a nostro avviso rappresenta un compromesso inaccettabile con cui settori pacifisti entreranno in relazione con il sistema della guerra ipotizzando invece di rifiutarlo in toto.
Dovremmo chiederci ad esempio perché ampi settori sindacali non abbiano mai preso posizione sulla riconversione da militare a civile, attendersi che lo facciano adesso che stanno smantellando parte della manifattura pensando di salvare l’occupazione producendo armi, ci pare significativo. Quale sarà poi il rapporto tra la spesa militare e il complesso della spesa pubblica?
Si dice che ogni soldo sottratto al welfare vada in armi ma dovremmo sforzarci di quantificare l’entità delle risorse destinate alla difesa rispetto ad altre priorità di bilancio, sapere se fino a oggi gli stanziamenti siano stati equilibrati ed equi rispetto ad alcuni capitoli come welfare, sanità, istruzione e manutenzione del territorio. Che poi l’economia di guerra sia destinata a comprimere ulteriormente alcune voci del welfare è un dato di fatto (da evidenziare poi l’attuale welfare da tempo è del tutto inadeguato alle sue funzioni).
Ci sono inoltre altri capitoli di riflessioni, dal ruolo ideologico del riarmo e dell’economia di guerra, su come sia ormai impossibile discernere tra spese militari e non, tra tecnologie civili e militari specie quando si incanala l’economia verso il riarmo e le mire speculative finanziarie trovano nei titoli legati ai produttori di armi il volano per investimenti redditizi.
L’industria della difesa ai tempi della guerra è stata al centro della discussione Nato ad Ankara, prenderne atto significa capire che troveremo i luoghi di lavoro direttamente investiti dal riarmo, enormi capitali spesi per le armi nei paesi Nato e di gran lunga superiori a Cina e Russia, ergo la strategia offensiva dell’Alleanza avrà bisogno di costruire nell’immaginario collettivo pericoli e minacce e le politiche securitarie saranno indispensabili a questo scopo.
La Ue spinge, al pari della Nato, a considerare una minaccia la presenza della Russia e in parte della Cina e perfino quei Paesi che, legittimamente, scelgano di non cedere i metalli rari a basso costo. Per quale ragione ci troviamo di fronte a una corsa al riarmo e soprattutto quali saranno le conseguenze dell’economia di guerra? E’ possibile pensare che invece una parte significativa della classe lavoratrice ritenga che la guerra sia lontana e non la riguardi direttamente, questo porta inevitabilmente alla sottovalutazione dell’economia di guerra e ai suoi effetti anche ideologici. Per quale ragione quindi la classe lavoratrice oggi dovrebbe rifiutare la nozione di nemico e contrastare l’economia di guerra e il restringersi degli spazi di libertà e di democrazia nel Paese? Il pacchetto sicurezza è un’arma lanciata a folle velocità anche contro il protagonismo della classe lavoratrice, è bene ricordarlo.
Perché questa corsa al riarmo? Qual è il nemico che si intende realmente contrastare?
Se si vanno ridefinendo i rapporti di forza all’interno dello stesso blocco occidentale, non dimentichiamo che Paesi come la Germania con un forte welfare oggi sono in prima fila nella riconversione da civile a militare e all’ombra di questi processi si sta consumando la chiusura di interi siti produttivi e licenziamenti di massa. Quanto accade in Germania presto potrebbe riguardare anche il nostro Paese, mettere insieme il rifiuto dell’economia di guerra con la difesa del potere d’acquisto e di contrattazione, con le azioni di contrasto ai pacchetti securitari dovrebbe essere pane quotidiano per i movimenti e le realtà sindacali che invece guardano a certe tematiche con un’attenzione spasmodica alle simbologie e non ai contenuti pregnanti di questi processi, alla materialità del riarmo e alle sue mille sfaccettature. Il riarmo infine determinerà anche nuovi equilibri all’interno all’area europea e tanto maggiore sarà il conflitto verso il riarmo, l’austerità salariale, le culture divisive legate a forme di individualismo sfrenato tanto più fortemente emergeranno le contraddizioni esistenti. Davanti all’erosione del potere d’acquisto, alla materiale impossibilità di arrivare alla fine del mese o mantenere agli studi i nostri figli, il riarmo e i processi di innovazione tecnologica rappresenteranno a ciambella di salvataggio per il sistema capitalistico? E soprattutto quanti avverseranno questo stato di cose riusciranno ad avere l’agibilità sindacale, sociale e politica per portare avanti le proprie istanze?
L’Italia non ripudia la guerra…piuttosto la alimenta
(A cura di E. Gentili, F. Giusti, S. Macera – Centro Studi Politico-Sindacale Cub)
Da tempo, sul rapporto tra Costituzione italiana e guerra è in corso una disputa. Appellandosi all’articolo 11 [1] molti studiosi interpretano la Carta nella chiave di un radicale pacifismo. Non mancano, però, coloro che ridimensionano questa lettura, richiamandosi agli articoli 78 [2] e 87 [3] Tuttavia, fondate o meno che siano le precisazioni di questi ultimi, in punta di diritto risulta comunque impossibile giustificare le innumerevoli attività belliche in cui è coinvolto il Belpaese, così come la sua generale postura nell’odierna politica internazionale.
Un atteggiamento accompagnato da un’assillante propaganda, tesa a trasformare le politiche di riarmo in una necessità naturale. In un contesto siffatto, viene svuotato lo stesso richiamo costituzionale al ripudio della «guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Che rischia di ridursi ad ammonimento etico e moraleggiante, senza peso alcuno sulle decisioni assunte.
Ogni giorno al puzzle della guerra viene aggiunta una nuova tessera: Se gli interventi militari presentati come missioni di altra natura sono ormai una tradizione, più recente è la spinta a varare di continuo provvedimenti legislativi di natura bellicista. Per non dire delle tante dichiarazioni che alludono a nuovi investimenti sul terreno bellico.
Emblematica e pericolosa appare una recentissima iniziativa del Ministro Crosetto, tra l’altro presentata come mezzo per risvegliare l’Europa. Il Ministro della Difesa ha scritto all’Alto Rappresentante UE, Kaja Kallas, chiedendo un rafforzamento della missione ASPIDES (“Scudi”, in lingua greca) avviata dall’Unione europea nel febbraio 2024 e presentata come risposta agli attacchi degli Houthi contro le navi che transitano nel Mar Rosso.
Per esser più specifici, nel sito del Ministero della Difesa la suddetta operazione viene agganciata all’obiettivo di «contribuire alla salvaguardia della libera navigazione e alla protezione del naviglio mercantile in transito in un’area di Operazioni che include Mar Rosso, Golfo di Aden e Golfo Persico, con compiti eminentemente difensivi, estesi alla difesa del naviglio mercantile nella sola area Sud Mar Rosso e Golfo di Aden Occidentale».[4] In tale ottica, viene «pertanto previsto e autorizzato il ricorso all’uso della forza (…) oltre che per l’autodifesa anche per la difesa del naviglio mercantile di interesse UE e nazionale nell’area ad alta minaccia prospiciente lo Yemen nel Mar Rosso meridionale e il Golfo di Aden occidentale, in coerenza con la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare e in stretto coordinamento con le altre iniziative multi-laterali presenti nella regione».[5] Invece, «Nella restante porzione dell’area possono essere esercitati compiti non esecutivi (dunque non è autorizzato il ricorso all’uso della forza…)».[6]
In teoria, ai Paesi partecipanti è affidato il compito di accompagnare le navi e di proteggerle, agendo sempre sulla base dei cosiddetti criteri di necessità e proporzionalità. Si dà però il caso che proprio nello Yemen imperversi da anni una guerra civile, alimentata da attori esterni come l’Arabia Saudita. In tale conflitto, la UE non è neutrale ma piuttosto schierata con Riad. Ossia, con una spregiudicata potenza economica e militare, sempre più animata dall’intento di dettare legge nella Regione. Presentandosi, inoltre, ai Paesi occidentali come garante dei loro interessi in un’area strategica. Sarebbe utile ricordare ai lettori, e agli interessati commentatori delle notizie internazionali, i tanti civili yemeniti uccisi nel corso degli anni dai bombardamenti sauditi.
Negli ultimi tempi Guido Crosetto ha ribadito spesso la posizione dell’Italia. Vantandosi, inoltre, di aver dato una scossa all’UE circa la missione ASPIDES. Peccato che di queste vicende non si sia discusso in Parlamento: Da tempo, infatti, alla Camera e al Senato non arrivano ordini del giorno sulla politica estera. Molti parlamentari nostrani sembrano essersi abituati a processi decisionali che, soprattutto in relazione alle questioni estere, escludono ogni loro pronunciamento. Peccato, ancora, che le soddisfatte dichiarazioni del Ministro della Difesa siano arrivate alla fine di un giorno nel quale un aereo da guerra italiano è stato colpito dagli Houthi. Ossia da quei ribelli yemeniti di fede sciita che l’Arabia Saudita individua come un nemico esistenziale.
Ora, non è da molto che abbiamo appreso della presenza di un distaccamento militare italiano in Arabia Saudita ma di questo il Parlamento non ha mai discusso. Eppure stanziare contingenti militari in un Paese in guerra significa schierarsi apertamente, anzi prendere parte al conflitto. Che ciò susciti una reazione militare della parte avversa non dovrebbe sorprendere. In questo scenario, è ancora possibile accettare la ‘litania’ circa il nostro pacifico Paese, impegnato in missioni di pace ma aggredito deliberatamente?
Il problema principale, però, è forse un altro. Mentre è in corso questa escalation che aggiunge, come si scriveva all’inizio, delle tessere al mosaico della guerra permanente, le realtà italiane contro la guerra e la militarizzazione sembrano sottovalutare la situazione. Limitandosi, nel migliore dei casi, a dichiarazioni retoriche e vaghe sulla Costituzione o auspicando una presa di posizione del per ora silente Mattarella, ultimamente visto peraltro in compagnia di Crosetto in un’occasione tutt’altro che amena: l’esercitazione “Aegis 26” dell’esercito italiano. Non è più tempo però per essere generici. Anche perché Crosetto ha chiesto cose concrete a Kaja Kallas: nuovi mezzi, uomini e contributi alla missione europea nel Mar Rosso.
Passività del movimento pacifista
Era l’inizio di agosto, due mesi fa, quando il portale “Analisi Difesa” riferiva di centinaia di soldati italiani presenti nel territorio dell’Arabia Saudita. Tale dislocamento, tutt’altro che casuale, avrebbe dovuto almeno insospettire, visto che oltre a soldati comprendeva anche aerei da guerra e altri armamenti.
Di fronte a certe notizie, la passività di settori tradizionalmente pacifisti stupisce. Volendo, assai più di quella mostrata per il mancato coinvolgimento di Camera e Senato (è forse l’ora di prendere atto che, in tempi di recrudescenza bellica, la democrazia borghese può diventare un lusso insostenibile, da accantonare in favore di processi decisionali rapidi e accentrati). E anche quando si denunci il coinvolgimento italiano nei conflitti spesso si glissa sull’economia di guerra, che riscrive le regole vigenti restringendo gli spazi di democrazia, libertà e agibilità sociale e che impone una ristrutturazione economica che coinvolge direttamente le infrastrutture logistiche e la produttive della Nazione.
In ogni caso, mentre qui si sonnecchia, l’Italia sostiene lo sforzo saudita di salvaguardare e rafforzare il proprio potere in un’area segnata da gravi tensioni. E scende in campo anche perché, questa volta, Trump non intende spostare truppe e armi nell’area. Propaganda a parte, si è verosimilmente tratta una lezione dalla guerra all’Iran, ossia che i costi possono risultare assai più elevati dei presunti benefici imperiali.
Sempre più alla ricerca di un posto al sole, il piccolo imperialismo italiano gioca irresponsabilmente alla guerra. In alcuni frangenti, e in particolare quando preme sull’Unione Europea, sembra addirittura sostituirsi all’alleato statunitense. Un’imitazione di non eccelso livello, che potrebbe tradursi in ulteriori disastri.
[1] «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
[2] «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari».
[3] Tale articolo, riguardante le funzioni del Presidente della Repubblica, nel comma 9 specifica che questi «Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere».
[4] Operazione Aspides, in https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/operazioni-in-corso/Pagine/operazione_aspides.aspx.
[5] Ibidem.
[6] Ibid.
