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Autunno 2025: una mobilitazione dalla natura complessa

L’energia accumulata nelle manifestazioni per la Palestina deve tradursi nel rimettere in discussione i rapporti di potere nei paesi capitalistici e in particolare nell’Italia di Meloni. Che sia questa la nostra maggiore preoccupazione. Per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro dei giovani intrappolati nella gig economy, dei freelance, dei precari della scuola e della sanità, dei salariati dell’industria, degli schiavi della raccolta pomodori o della logistica. Perché questo e non altro significa cambiare i rapporti di potere…
E qualora le energie di liberazione e di rivolta sprigionatesi nelle manifestazioni per la Palestina dovessero prendere la strada giusta, le cose potrebbero cambiare. Ma sul serio.
Inoltre, c’è un’altra considerazione da fare. La situazione a Gaza è complessa, la spinta ad appoggiare la causa palestinese può frammentarsi e dividersi. Potrebbe succedere il peggio del peggio e cioè che di tutta questa energia accumulata rimangano soltanto dei residui focalizzati sulla contrapposizione fisica. Mentre la sua grande forza è stata quella di essere un movimento pacifico e di massa. Perché sia di massa un movimento non può che essere pacifico, pur nella sua intransigenza. Così può contare sul piano dei rapporti di potere e non ridursi a pura testimonianza.” (Sergio Fontegher Bologna “Il Manifesto” del 20 ottobre 2025 nell’articolo “Per un futuro del movimento pro Palestina”.)

La considerazione da cui partire – commenta Cosimo Scarinzi cub sur Torino – è il fatto che NON siamo di fronte ai classici scioperi indetti dall’assieme o da parte dell’universo del sindacalismo di base ma a un’iniziativa che si colloca in un quadro, per molti versi, nuovo e a fronte di possibilità tutte da verificare.
La prima caratteristica specifica da tenere presente è la presenza di un movimento di massa che ha animato un numero notevolissimo di manifestazioni, presidi, assemblee, occupazioni di scuole ecc. e che ha coinvolto in primo luogo le giovani generazioni ma in larga misura anche settori di società civile e non solo studenti.
Di conseguenza gli scioperi indetti dal sindacalismo di base e dalla CGIL in una relazione abbastanza complicata fra di loro sono entrati in relazione anche con questa mobilitazione di massa, ne hanno colto i caratteri e hanno contribuito alla crescita e alla caratterizzazione del movimento stesso.
Una novità, non l’unica ma da tenere presente per la sua rilevanza, di quanto è avvenuto tra settembre e dicembre, è stata la complessa dialettica fra sindacalismo di base e la CGIL, una CGIL che, e non è la prima volta, è isolata rispetto al suo campo “naturale” e cioè a CISL e UIL.
Premesso che sia la CGIL che il sindacalismo di base si ponevano, in termini ovviamente diversi, l’obiettivo di costruire una mobilitazione rispetto alla legge finanziaria, sul piano sindacale era evidente la necessità e l’urgenza di porsi in relazione con il movimento di solidarietà ai gazawi e di rispondere alla domanda che veniva dai settori più combattivi dei lavoratori di unità sindacale nelle mobilitazioni.

A settembre larga parte del sindacalismo di base – ADL Varese – CUB – SGB – USB – indicono sciopero per il lunedì 22. La CGIL decide di andare in solitaria e di scioperare venerdì 19 trovandosi di fronte a due problemi:
– lo scontento dei settori di sinistra dei suoi iscritti che non vedevano ragione di non scioperare assieme al sindacalismo di base;
– il fatto che, a causa della legislazione sul diritto di sciopero il 19, visto che c’era già uno sciopero il 22, non era possibile indirlo nel settore pubblico e nelle categorie che forniscono comunque servizi pubblici essenziali.

L’effetto è che mentre la mobilitazione del 22, movimento contro la guerra più sindacalismo di base, vede una presenza consistente in piazza, le manifestazioni della CGIL il 19 saranno modeste. Per avere un’idea fondata su dati certificati dello sciopero del 22 settembre utilizziamo quelli forniti dal Dipartimento della funzione pubblica. Dalla scheda ricapitolativa che ha diffuso risulta un’adesione dell’8,42% dell’assieme del personale del pubblico impiego e dell’11,28% del personale dei settori istruzioni e ricerca. Si tratta ovviamente solo dei dati riguardanti il settore pubblico, danno però un’idea della partecipazione allo sciopero. Un’adesione dell’8,42% con punte decisamente più alte nel settore della scuola pubblica colpisce i media e carica gli scioperanti. Si deve considerare anche il fatto che in settori come l’istruzione l’adesione agli scioperi si concentra nelle grandi conurbazioni e che la partecipazione allo sciopero del 22 è straordinariamente più numerosa rispetto alle lavoratrici e ai lavoratori organizzati dal sindacalismo di base.

Ottobre, entra in scena la Global Sumud Flotilla
A ottobre lo scenario cambia, per un verso, con l’entrata in scena della Global Sumud Flotilla il cui viaggio verso Gaza suscita grande attenzione e coinvolgimento emotivo e, per l’altro, con la presa d’atto da parte della CGIL della maggior “produttività” di una politica “unitaria” ai fini della riuscita della mobilitazione. Come si vedrà poi questo cambio di linea da parte della CGIL non verrà confermato nel tempo.
Preso atto della situazione, la stessa CGIL ha accettato un’indizione unitaria con CUB e USB e con la Confederazione Cobas, che si era aggiunta nel frattempo, di uno sciopero il 3 ottobre a fronte del blocco della Global Sumud Flotilla ad opera dell’esercito israeliano, un’obiettiva novità.
Ovviamente, chi scrive per triste privilegio dell’età e dell’esperienza non si caratterizza per eccessivo stupore ed entusiasmo di fronte alle svolte a sinistra della CGIL, che spiega, come è già avvenuto in passato, col fatto che, di fronte a un governo di destra, CGIL e CISL si collocano su posizioni opposte e la CGIL indurisce la sua posizione mentre la CISL si prosterna con la UIL che oscilla fra le due.
Quanto questa deriva sia contingente o strutturale lo verificheremo col tempo, per ora questo è un dato di fatto da cui prendere le mosse.
Ma la vera novità è la straordinaria riuscita della mobilitazione con centinaia di migliaia di persone in piazza, un universo complesso e interessante: settori di lavoratrici e lavoratori che in categorie come quelle della scuola e dei trasporti, ma non solo, hanno scioperato in buon numero, studenti e studentesse, cittadine e cittadini.
Per di più è stata evidente la simpatia che circondava la mobilitazione, una simpatia determinata dalla consapevolezza che a Gaza si era di fronte a una strage di civili molti dei quali bambini.

Come si è già rilevato si è dato:
– un movimento di massa mosso per l’essenziale da esigenze etiche e/o eticopolitiche e che non a caso vedeva una più che robusta presenza giovanile;
– molto meno rilevante ma meritevole di attenzione è stata la presenza di un’area campista e cioè schierata a favore degli avversari dell’”Occidente” e cioè BRICS, Cina, Iran, Hamas ecc., un’erede molto meno coerente del tradizionale campismo schierato a favore del campo “socialista” ma la cui crescita è stata favorita dai crimini di cui è stata vittima la popolazione gazawi, crimini peraltro ampiamente pubblicizzati dai media.
Vediamo ancora una volta i dati forniti dal dipartimento della funzione pubblica. Sull’assieme dei pubblici dipendenti sciopera l’8% e nell’istruzione e ricerca il 9,26%.

Come i nostri lettori rileveranno la tabella fa riferimento solo al SI Cobas. Non si tratta di una dimenticanza dell’ARAN, i cui funzionari sono noti per la loro certosina precisione. Semplicemente l’indizione di sciopero di CUB, SGB, USB e di altri proprio perché fatta appena c’è stato l’attacco alla Global Sumud Flotilla è stata considerata illegale tanto è vero che lo sciopero è stato sanzionato con multe di alcune decine di migliaia di euro ai sindacati promotori. Il SI Cobas al contrario aveva fatto la sua indizione in solitaria con l’effetto di rientrare nei termini di legge. È, comunque, un fatto importante che lo sciopero del 3 ottobre forza per la prima volta da anni in misura massiccia la situazione rispetto alla legislazione antisciopero, un passaggio politico del quale non va sottovalutata la rilevanza.

La dialettica tra movimento e sindacati in autunno
Arriviamo alla fase finale di questa schematica ricostruzione della dialettica fra movimento e sindacati dell’autunno passato. A novembre sia l’assieme del sindacalismo di base che la CGIL hanno l’esigenza di dare un peso maggiore rispetto alle iniziative precedenti allo scontro col governo e a quello capitale – lavoro senza, ovviamente, abbandonare la mobilitazione pro gazawi. Viene fatta da parte dei sindacati di base la proposta di uno sciopero il 28 novembre mantenendo, almeno da parte di CUB, SGB ed altri la possibilità di concordare uno spostamento.
Questa volta non si ha nessuna apertura da parte della CGIL che decide, di nuovo in solitaria, uno sciopero il 12 dicembre. Evidentemente settori importanti dell’apparato della CGIL non ritengono utile un asse col sindacalismo di base anche perché il clima, l’entusiasmo, la mobilitazione che c’erano all’inizio di ottobre a fine mese non sembrano darsi e molti apparatčik evidentemente ritengono che si può tornare all’ordinaria amministrazione.
D’altro canto l’approccio “unitario” della CGIL era più funzionale a presentarsi come democratici, pluralisti e, appunto, “unitari” al movimento nella sua fase di massima estensione e vivacità che a rinsaldare i rapporti con organizzazioni sindacali inevitabilmente percepite come concorrenti e con le quali i rapporti non sono, nella quotidianità, sereni.
Ad avviso di chi scrive un ruolo nelle scelte della CGIL lo ha avuto anche la copertura mediatica dello sciopero del 3 ottobre che ha messo al centro la mobilitazione studentesca e in secondo piano quella sindacale. Probabilmente c’è chi ha pensato che non aveva senso investire risorse ed energia in una mobilitazione che non avrebbe dato un ritorno d’immagine per l’organizzazione.
Un approccio non generoso né movimentista? Forse ma un approccio normale per un’organizzazione sindacale istituzionale. Di conseguenza lo sciopero del 28 novembre vede l’indizione o l’adesione allo sciopero, a quanto risulta dal sito della Commissione di Garanzia dell’esercizio del diritto di sciopero, di ADL Cobas, CLAP, Confederazione Cobas, CUB, SBM, SGB, SI Cobas, SIAL Cobas, USB, USI 1912, USI CIT.
Il 5 novembre i Cobas Scuola hanno pubblicato un appello a cercare un accordo sulla data fra sindacati di base e CGIL e a ritirare entrambe le indizioni per concordarne una nuova e comune. In realtà si tratta di una proposta di non semplice realizzazione e da parte dei Cobas sembra volta più che altro a conquistare il ruolo di “federatori”.
Circolano anche appelli ampiamente condivisibili ma che vedono difficoltà evidenti di militanti della CGIL e del sindacalismo di base per una soluzione unitaria e, nel concreto, per stare sulla data del 28.
Il fatto è che il sindacalismo di base a quel punto si trova stretto fra due scelte entrambe sbagliate, ritirare lo sciopero del 28 novembre e aderire a quello del 12 dicembre riconoscendo l’egemonia della CGIL o mantenere il 28 novembre deludendo le aspettative “unitarie” di ampia parte dei lavoratori e delle lavoratrici che organizza e influenza. In ogni caso la scelta è di tenere sul 28 novembre.
Vediamo le adesioni ai due scioperi, il 28 novembre il 2,47% dei pubblici dipendenti, il 12 dicembre il 4,4%. Basta guardare il tasso di adesione a entrambi gli scioperi nel settore pubblico per cogliere il ripiegamento della mobilitazione che coinvolge sia il sindacalismo di base che la CGIL.
Aggiungerei che, se si tiene conto della consistenza della CGIL dal punto di vista associativo la sua debacle è stata, se possibile, maggiore ma ciò ha un rilevo limitato, ciò che conta è che la mobilitazione di massa per cui si è lavorato e che abbiamo sperato non si è data.
Sicuramente il sindacalismo di base, ma ciò è scontato, ha avuto un’effettiva internità alla mobilitazione pro Gaza ma non si può affermare che le energie suscitate da questa mobilitazione abbiano stimolato nella misura sperata il conflitto di classe.
Ovviamente alcune criticità sono evidenti, la divisione del sindacalismo di base in un numero notevole di organizzazioni, il fatto che alcuni temi coinvolgono essenzialmente aree politicizzate, l’eccessivo bisogno di autovalorizzazione di alcune aree politiche e via discorrendo.

Vedremo nei prossimi mesi, mesi in cui faremo i conti con un quadro internazionale assolutamente complicato, come quest’ordine di questioni verrà affrontato.

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