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Braccianti morti, PNRR fallito e caporalato: nei campi si continua a sfruttare e a morire

Lunedì 1 giugno 2026, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro braccianti pakistani sono stati trovati morti carbonizzati dentro un minivan lungo la Statale 106 jonica, nei pressi di una stazione di carburante. Le indagini della Squadra Mobile di Cosenza, coordinate dalla Procura di Castrovillari, hanno portato a due fermi con l’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato. Saranno gli accertamenti della magistratura a chiarire dinamica, responsabilità e movente.

Secondo le prime ricostruzioni, la strage potrebbe essere maturata nell’ambito di un possibile regolamento di conti tra connazionali. Ma questa vicenda non nasce nel vuoto: si consuma dentro il mondo del lavoro agricolo sfruttato, dove migliaia di braccianti vivono tra isolamento, ricatto e assenza di diritti.

Non basta fermarsi alla cronaca della strage. Bisogna raccontare ciò che viene prima: i campi, i ghetti, i trasporti insicuri, i salari bassi, la paura di denunciare, la dipendenza da chi offre lavoro, casa e passaggi.

Il 4 ottobre 2025, a Scanzano Jonico, nel Materano, altri quattro braccianti migranti morirono mentre rientravano dal lavoro. Non fu solo un incidente stradale. Fu un’altra fotografia dello stesso sistema: braccia indispensabili nei campi, vite sacrificabili fuori dai campi.

Il Governo continua a parlare di contrasto al caporalato. Nei territori, però, restano le condizioni che lo rendono possibile. E finché restano quelle condizioni, il caporalato non viene sconfitto: cambia forma, si adatta e continua a produrre sfruttamento.

Il PNRR doveva rappresentare una svolta anche sul superamento degli insediamenti abusivi dei lavoratori agricoli. Erano stati annunciati 200 milioni di euro per creare o ristrutturare alloggi dignitosi e contrastare sfruttamento, caporalato e infiltrazioni criminali. Ma dalle ricostruzioni emerse sulla relazione di attuazione del PNRR il quadro è ben diverso: gli interventi effettivi si sarebbero ridotti a circa 24,8 milioni di euro, per soli 11 progetti rispetto ai 37 Comuni inizialmente individuati.

Davanti all’enorme massa di lavoro nero, sfruttamento, ricatti, profitti aziendali e intermediazione illegale che attraversa il settore agricolo, quei 24 milioni suonano come spiccioli. Non perché gli alloggi non servano. Servono eccome. Ma perché un problema gigantesco non si affronta con misure ridotte, lente, frammentate e incapaci di incidere nei territori dove i ghetti e lo sfruttamento continuano a essere parte della vita quotidiana dei braccianti.

Non bastano le dichiarazioni di principio. Non bastano i tavoli convocati dopo ogni tragedia. Occorrono scelte concrete e risorse adeguate per affrontare davvero il problema. Ridurre, disperdere o lasciare inutilizzate queste risorse significa stringere ancora di più le catene dello sfruttamento. Non parliamo di semplici voci di bilancio, ma di vite concrete: persone che continuano a vivere nei ghetti, a spostarsi su mezzi insicuri, a lavorare sotto ricatto e ad avere paura di denunciare.

Rinunciare a un cambiamento reale significa dire ai braccianti che per loro non c’è via d’uscita dalla povertà, dall’isolamento e dal caporalato. È una forma di violenza istituzionale che non possiamo limitarci a registrare: dobbiamo denunciarla, contrastarla e combatterla.

Per FLAICA-CUB il punto è questo: raccontare il caporalato come colpa del “singolo caporale cattivo” serve a togliere responsabilità a chi ha potere economico e politico. Da anni grandi imprese, committenti e istituzioni promettono controlli, legalità e contrasto allo sfruttamento, ma nelle campagne il meccanismo resta quasi intatto.

La grande distribuzione organizzata e i grandi marchi dell’agroalimentare non sono fuori da questo quadro. Dettando tempi di consegna, prezzi di acquisto, standard promozionali e margini sempre più stretti, scaricano il ribasso su produttori e lavoratori. Il caporale sul campo diventa così l’ultimo esecutore visibile di pressioni economiche decise molto prima, dentro contratti di fornitura, aste al massimo ribasso e controlli ispettivi insufficienti rispetto alla reale dimensione della produzione agricola.

Dove lo Stato arretra e il lavoro viene lasciato senza protezione, le agromafie trovano spazio. Entrano nei trasporti, negli alloggi, nel reclutamento, nelle campagne, nei passaggi opachi della filiera. Parlare di caporalato senza colpire il modello economico che lo alimenta significa fermarsi alla superficie.

Servono controlli continui nelle aziende e lungo tutta la catena agroalimentare. Servono trasporti sicuri, alloggi dignitosi, contratti regolari, salari adeguati e protezione per chi denuncia. Serve soprattutto smettere di considerare i braccianti migranti come manodopera usa e getta.

Chi denuncia sfruttamento non può essere lasciato solo. Non può rischiare di perdere lavoro, alloggio, reddito o permesso di soggiorno. Senza protezione reale, la denuncia resta un atto pericoloso e il sistema continua a funzionare. La terra produce ricchezza. Chi la lavora non può continuare a vivere senza diritti, senza sicurezza e senza dignità. Ogni morte nei campi, sulle strade del lavoro o dentro i luoghi dello sfruttamento non è una fatalità: è il risultato di un sistema che va spezzato.

Come FLAICA CUB chiediamo giustizia per le vittime, verità piena sulle responsabilità e un cambio radicale delle politiche sul lavoro agricolo. Basta ghetti, basta trasporti della morte, basta caporalato combattuto solo nelle dichiarazioni e tollerato nei fatti.

Nei campi non servono passerelle. Servono case, trasporti, ispettori, contratti, salari, diritti e libertà sindacale. Servono scelte che colpiscano davvero chi guadagna sullo sfruttamento. Perché un Paese che si regge sul lavoro dei braccianti e poi li lascia morire poveri, isolati e invisibili non sta combattendo il caporalato: lo sta lasciando vivere.

Napoli, 02 giugno 2026

Flaica CUB Campania

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