Come stravolgo un territorio: chiusura di ambulatori e piccoli ospedali, desertificazione produttiva e accorpamento delle scuole. Perchè la difesa delle persone e del diritto di cittadinanza passa attraverso la tutela dell’istruzione e della sanità pubblica
Tra 15 o 20 anni parleremo della scuola pubblica alla stessa stregua dei ragionamenti, fuori tempo massimo, sulla tenuta del potere di acquisto dei salari attraverso meccanismi automatici di adeguamento al costo della vita. Non abbiamo compreso, anche per responsabilità dei pifferai della restaurazione padronale, quanto fosse vitale la salvaguardia della scala mobile cedendo alle lusinghe di quanti raccontavano di una inflazione fuori controllo che avrebbe eroso alla fine salari e pensioni. A chi oggi chiede di applicare politiche di austerità basterebbe ricordare che il paese dominante, gli Usa presentano il più alto debito pubblico al mondo eppure non ci sembra che le autorità finanziarie chiedano a Trump di ridurlo a conferma che le regole valide per alcuni non lo sono per altri, tutto dipende dai rapporti di forza. Oggi si parla di dimensionamento del sistema scolastico, termine discutibile e fuorviante che andrebbe tradotto come accorpamento delle scuole che porterà a tagli tra docenti, personale ata e tecnici di laboratorio.
La domanda classica per giustificare questi processi di smantellamento del pubblico è sempre la stessa: ce lo chiede la Europa? Questa volta no, la Ue invoca riforme ma tra le indicazioni fornite non sono esplicitamente indicati i tagli alle scuole, eppure l’occasione è ghiotta per il Governo a cui preme probabilmente rivedere gli equilibri tra strutture pubbliche e private favorendo la ascesa di queste ultime. Ma l’occasione sarebbe ghiotta anche per combattere il sovraffollamento, le cosiddette classi pollaio, attraverso una equa e salutare ridistribuzione degli alunni per favorire il miglior apprendimento grazie anche a un rapporto più basso tra educatori e alunni. Le classi pollaio sono una vergogna, le piccole scuole, come anche i piccoli Comuni, in alcune nazioni non sono visti come fonte di spreco ma piuttosto un indice, positivo, di qualità della didattica e dei processi educativi, nei piccoli enti locali poi la stessa qualità della vita è in tanti casi migliore sempre che non sia stato attuato nel tempo quel processo di smantellamento dei presidi sanitari, degli uffici postali, con la deindustrializzazione che induce la popolazione autoctona a migrare verso altre aree. Le classi pollaio non aiutano a crescere anzi sono per alunni con disturbi dell’apprendimento un ulteriore handicap, per gli altri una occasione perduta per accrescere il loro livello di istruzione, per diversificare perfino l’offerta didattica rendendola più efficace e accattivante.
Due Regioni come Toscana ed Emilia si sono rifiutate di aderire al progetto Valditara prima attraverso l’accorpamento delle dirigenze poi delle scuole stesse, ad essere colpiti sono gli istituti di montagna, delle isole, dei centri lontani dalle città, quelli per altro che hanno già subito i tagli della spending review sanitaria. E il rifiuto delle due Regioni è un fatto nuovo da accogliere con favore per quanto contraddittorie, anche in termini di sanità e istruzione, siano state nel tempo le politiche del centro sinistra al governo.
I processi avvenuti sono ben chiari: siamo partiti dalla desertificazione produttiva e dalla riduzione dei servizi, poi è arrivata la chiusura degli uffici postali e dei piccoli presidi ospedalieri, non c’è stata la manutenzione del territorio prevenendo quel dissesto idrogeologico che costituisce un problema rilevante e, infine, il colpo finale è stato assestato con la riduzione delle scuole e il loro accorpamento che costringerebbe giovani alunni a spostamenti onerosi. In queste due Regioni sappiamo che il tempo per raggiungere un istituto secondario nelle aree di montagna può arrivare a una ora e mezzo per l’andata e altrettanto per il ritorno. Allontanando ulteriormente la scuola non resterebbe che ritirarsi iscrivendosi a un istituto on line privato oppure costringere l’intera famiglia a migrare.
Quando si parla di scuola e di sanità i calcoli non possono essere solo economici, un Governo dovrebbe considerare innumerevoli fattori a partire dalla necessità di salvaguardare i piccoli paesi salvandoli dalla morte visto che già da tempo subiscono un ineluttabile declino e qualche considerazione non guasterebbe sul calo nascite, sulla presenza di migranti, sugli investimenti pubblici per la salvaguardia delle aree di montagna a partire dall’assunzione di forestali che sarebbe di aiuto anche per evitare dissesti idrogeologici.
Non è casuale che in tante occasioni abbiamo insistito sulla necessità, e l’urgenza, della messa in sicurezza dei territori attraverso opere di ingegneria e opere infrastrutturali , tuttavia se parliamo di salvaguardia dei centri urbani dobbiamo attrezzarci per affrontare innumerevoli problemi ossia la desertificazione per mancanza di lavoro, la chiusura degli ospedali e delle scuole e una qualità della vita deteriorata per assenza di servizi.
Lo sosteniamo da tanto tempo: un centro urbano con dei servizi sarebbe di grande aiuto anche per l’ambientamento di docenti e personale sanitario che vedrebbero la permanenza nelle aree sperdute non come un sacrificio in vista del posto fisso vicino a casa ma come esperienza di vita e di lavoro da valorizzare. Classi piccole, modalità didattiche differenti, presidi sanitari ed educativi anche nei luoghi sperduti, presenza di operai forestali per la manutenzione del territorio non dovrebbero essere utopie ma soluzioni concrete.
Ma per rendere praticabili certi percorsi occorre sempre un presupposto: la volontà politica e in questo caso il Governo sembra del tutto disinteressato alla salvaguardia del bene pubblico salvo tra qualche anno, raccontarci, con il solito revisionismo storico, delle identità perdute, della desertificazione dei borghi e dei territori abbandonati al loro destino per la miopia delle sinistre e le politiche di austerità di Bruxelles.
(Federico Giusti, Cub Pisa)
