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INTESA SANPAOLO CANNIBALIZZA MONTE DEI PASCHI DI SIENA

INTESA SANPAOLO CANNIBALIZZA MONTE DEI PASCHI DI SIENA

L’operazione annunciata domenica 7 giugno da Intesa Sanpaolo mira a smembrare il Monte dei Paschi di Siena. Con un’offerta pubblica di scambio che vale, tra azioni e contante, oltre 30 miliardi di euro, la prima banca italiana mira a conquistare la terza in classifica, per farne uno spezzatino, esattamente come aveva fatto nel 2020 con Ubi Banca

Anche questa volta c’è un socio di scalata, ed è quella stessa BPER (Banca Popolare dell’Emilia-Romagna), che acquisterà 635 filiali di Monte Paschi, insieme al marchio e a buona parte delle strutture di sede.
Intesa Sanpaolo (ISP) incasserà fino a 3,5 miliardi di euro e si terrà le altre 625 filiali del Monte Paschi, che provvederà poi a vendere, per motivazioni antitrust, o a chiudere, attraverso aggregazioni e fusioni di sportelli.

A Intesa Sanpaolo non interessa la rete filiali, semmai il portafoglio dei clienti che in quelle filiali hanno il conto e che punta a “trattenere” anche dopo la chiusura degli sportelli fisici di riferimento. Così era accaduto con UBI e così si ripeterà con Mps. A ISP interessano la platea dei 6 milioni di nuovi clienti (con 250 miliardi) e soprattutto le partecipazioni che Mps ha in pancia (Mediobanca in testa, che controlla il 13% delle Generali); la cessione di metà delle filiali a BPER è invece studiata a tavolino per dribblare i vincoli antitrust.

La politica è formalmente impotente e sostanzialmente d’accordo con questo processo di concentrazione del capitale: la Lega avrebbe preferito una fusione BPM – MPS, ma tutti ora si dichiarano neutrali verso un’operazione che difende “l’italianità” delle Generali (che controlla almeno 600 miliardi del risparmio tricolore e che ha rischiato di finire in fauci francesi, con l’operazione Natixis).
Il governo fa buon viso a cattiva sorte e anche la sedicente opposizione (in specifico il PD) sostiene che deve vincere il mercato e che il governo deve fare le regole, non stabilire i vincitori.
Del resto, BPER, che è parte attiva della partita, è controllata da Unipol (che farà un aumento di capitale da 2,5 miliardi), baricentro di quel sistema delle cooperative che da sempre punta ad “avere una banca”, per dirla con Fassino.

Cosa succederà a lavoratori e clienti?
Nulla di buono, verrebbe da dire. L’operazione prevede 6.800 nuovi esodi, quindi la perdita massiccia di posti di lavoro tutelati e ben pagati, in cambio di nuove assunzioni (Messina promette di sostituire chi va via in un rapporto di uno a uno). Però noi sappiamo che i neoassunti non avranno più le tutele precedenti, che costano la metà e che avranno (in 2.700) il “contratto misto”, metà dipendenti e metà autonomi a partita Iva. Sempre che gli impegni vengano rispettati un modo puntuale e tempestivo…

È inutile ricordare chi ci guadagna su stipendi e contributi: ISP aveva avviato questo tipo di contratto in via sperimentale, adesso è diventato il principale canale di assunzione e non c’è più neanche il diritto al rientro a tempo pieno dopo due anni…
Per i colleghi che sfortunatamente non hanno i requisiti per accedere alle liste degli esodati, saliranno ancora le pressioni commerciali, per recuperare l’investimento e dimostrare che l’operazione ha funzionato!

E i clienti? Molti vedranno chiudersi la propria filiale, tutti subiranno una selezione qualitativa, perché alle banche (in generale, ormai) non interessa accudire la clientela di massa ma concentrare la consulenza e la vendita sui clienti a maggior redditività, quelli dei segmenti High Affluent e Private.
Per gli altri restano i canali digitali e gli appuntamenti finalizzati a vendere qualche prodotto.
Per una grande massa di clienti anziani, non ricchi, significa avere un accesso sempre più difficoltoso ai servizi e in molti casi la totale impossibilità di accesso, vista la desertificazione bancaria in corso.
Un liberista puro potrebbe anche obiettare una riduzione della concorrenza ed il restringimento dell’offerta, sempre più oligopolistica. Qui siamo oltre, perché abbiamo migliaia di Comuni ormai privi di sportello bancario e 4/5 milioni di cittadini che vi risiedono, senza servizi e senza alternative (tranne, ovviamente, Banco Posta). E la questione del credito all’economia reale resta un problema aperto, perché il core business ormai è la banca assicurazione, cioè risparmio gestito + polizze, mentre lo sviluppo industriale può attendere…

Sarà sempre peggio, perché sale ancora la scala dimensionale necessaria per gli investimenti tecnologici adeguati a gestire la digitalizzazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
L’unica ragione di queste fusioni è l’aumento dei profitti, la crescita dei dividendi per gli azionisti (in gran parte grandi fondi di investimento), la distribuzione di premi agli amministratori e al top management.

Intesa Sanpaolo puntava ad arrivare a 11.5 miliardi di euro di utili nel 2029: adesso conta di arrivare a 16 miliardi. Nel periodo 2026-2029 aveva promesso 50 miliardi di euro da distribuire tra dividendi e riacquisto azioni proprie: adesso punta a superare i 60 miliardi. Le masse sotto controllo si assesterebbero con la fusione a 1.700 miliardi di euro, con l’obiettivo di arrivare a 2.000 miliardi entro tre anni. E manca ancora il perimetro Generali, che non si può consolidare per motivi antitrust e di rispetto dei vincoli patrimoniali…

Solo l’inseguimento del profitto e della scala dimensionale guida le scelte dei vertici bancari mentre il sistema paese è fermo: a crescere è solo la disuguaglianza sociale, reddituale e patrimoniale. Ai poveri si lascia lo “sgocciolamento” delle briciole e qualche pasto caldo donato tramite Caritas: siamo pur sempre in presenza di una banca che si vende come etica, solidale ed inclusiva!

C.U.B.-S.A.L.L.C.A. Credito e Assicurazioni
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f.i.p. 11.06.2026

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