SALARIO MINIMO E DIGNITÀ DEL LAVORO: IL CASO ITALIANO NEL CONTESTO EUROPEO (Link al documento)
23 GIUGNO 2026 – ORE 15,30, PARLAMENTO EUROPEO – BRUXELLES, Edificio Paul-Henri Spaak (Rue Wiertz 60), (Sala SPAAK 1C51)

Il lavoro ha un rilievo primario nella Carta Costituzionale italiana.
Ciò è chiaro fin dall’art.1 ove si proclama che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Ma non solo. L’art.4 e l’art. 35 stabiliscono, rispettivamente, che la Repubblica riconosce “a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, “tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori, promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro”.
Anche l’articolo 36 della Costituzione italiana interviene sul lavoro proclamando che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Non solo. La Carta dei Diritti Sociali d’Europa, che l’Italia, quale membro del Consiglio d’Europa, ha ratificato, ad esclusione dell’art.25 (ovvero l’articolo che definisce il diritto dei lavoratori alla protezione dei loro crediti in caso di insolvenza del datore di lavoro), sancisce, nei Punti 1,2, 4, 12 e 30 della Parte I e agli art. 1, 4, 12 e 30 della Parte II, importanti diritti e principi, tra cui il diritto dei lavoratori ad una retribuzione sufficiente, il diritto alla sicurezza sociale e il diritto alla protezione contro la povertà e l’emarginazione sociale.
E’ però significativo ricordare che tra i 27 paesi membri della UE, l’Italia, insieme ad Austria, Danimarca, Finlandia, Svezia e Cipro, è uno dei 6 Stati che non hanno approvato una norma che definisce un Salario Minimo, ovvero una legge che sancisce la misura salariale sotto alla quale non sia consentito retribuire un lavoratore.
La Direttiva europea 2022/2041 impone, comunque, a tutti gli Stati membri di garantire entro il 2029 un salario minimo adeguato o, in alternativa, dimostrare che la contrattazione collettiva copre almeno el’80% dei lavoratori, soglia che oggi l’Italia rispetta e che, a parte il rischio che possa essere erosa dal lavoro precario e irregolare, nei fatti non garantisce le previsioni costituzionali ma neppure i principi e le norme sancite dalla la Carta dei Diritti Sociali d’Europa.
Si consideri che il salario minimo legale in alcuni Paesi stabilisce il compenso economico orario, mentre in altri definisce la paga mensile ed eventuali mensilità aggiuntive: in Francia è di 12,02 Euro l’ora, in Germania 13,90 Euro l’ora, in Olanda 14,71 Euro l’ora, in Spagna è 1.221 Euro al mese per 14 mensilità, in Portogallo 920 al mese per 13 o 14 mensilità (dipende dal settore di impiego), in Belgio 2.112 euro al mese per 13 mensilità e ulteriori bonus aggiuntivi di fine anno, in Grecia 920 Euro al mese, in genere, per 14 mensilità, in Polonia 1.115 Euro per 12 mensilità.
E’ proprio a sostegno della attuazione della Costituzione italiana, in particolare dell’art.36 e a sostegno dei principi e diritti sanciti nella Carta dei Diritti Sociali d’Europa, ratificata dall’Italia, che la Confederazione Unitaria di Base (CUB) parteciperà al confronto organizzato dal Prof. Pasquale Tridico, parlamentare europeo, a Bruxelles, il 23.6.2026, a sostegno della definizione di una norma sul Salario Minimo in Italia. A tale confronto, parteciperanno alcuni membri del Parlamento Europeo i e rappresentanti del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) e del Comitato dei Diritti Sociali d’Europa (CEDS).
A tal proposito, è significativo ricordare che la CUB, a fine 2023, ha presentato un reclamo collettivo, di cui si attende l’esito, per violazione della Carta dei Diritti Sociali d’Europa, contro cui il Governo italiano ha dapprima opposto argomentazioni infondate sulla assenza di legittimazione del suddetto sindacato di base italiano a presentare la citata istanza, eppoi, rilevato il superamento di tale eccezione da parte del Comitato dei Diritti Sociali d’Europa, ha sostenuto, con argomentazioni tutt’altro che reali, l’infondatezza delle questioni sollevate, chiedendone l’archiviazione.
D’altra parte, la conoscenza del mondo del lavoro e dei dati forniti da fonti istituzionali nazionali ed internazionali, restituiscono una verità molto diversa dalle previsioni della Costituzione italiana, nonché dai principi e diritti sanciti nella Carta dei Diritti Sociali d’Europa.
POVERTÀ E LAVORO POVERO: UNA VERA PIAGA IN ITALIA
Nel 2025, in Italia, sono state circa 13 milioni le persone a rischio di povertà o esclusione sociale (cioè in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro), pari al 22,6% della popolazione intera italiana.
In particolare, i lavoratori a rischio di povertà o esclusione sociale sono stati circa il 12%, ovvero sono state circa 2,7 mln le persone che hanno avuto una occupazione e che hanno vissuto nelle condizioni citate.
Anche nel recente Rapporto Statistico della Caritas 2026, si sostiene che, a fronte dell’eliminazione di alcune reti di protezione sociale (come il vecchio Reddito di Cittadinanza), molte famiglie di lavoratori a basso reddito sono state private di quel sussidio integrativo che evitava lo scivolamento cronico verso l’esclusione sociale.
La conseguenza è che nei centri di ascolto Caritas, la quota di “lavoratori poveri” che hanno chiesto aiuto nel 2025 è balzata al 24% di tutti gli assistiti, ovvero poco meno di 70 mila persone.
RETRIBUZIONI DA FAME: SOTTO I 9 EURO OLTRE IL 18% DI CHI HA UN LAVORO
Nel 2025, sono stati circa 2 mln i lavoratori che hanno percepito una retribuzione oraria sotto i 9 euro, comprensiva della 13sima mensilità, ovvero il circa il 13% dei lavoratori regolari del settore privato, oppure poco meno dell’8,5% se includiamo gli autonomi.
Ovviamente, questo calcolo tiene conto esclusivamente dei lavoratori regolari, registrati nei database Inps ma sono rimasti esclusi gli oltre 3 milioni di lavoratori in nero o irregolari presenti in Italia.
Per questa vasta platea, la retribuzione reale non prevede la 13esima mensilità, né ulteriori tutele e si attesta quasi stabilmente sotto i 5-6 euro all’ora. Quindi, includendo, nel conteggio anche tali lavoratori, coloro che percepiscono un salario sotto i 9 euro l’ora in Italia sono circa il 18% del totale degli occupati.
Nel 2025, invece, sono tra i 2,8 e i 3 mln i lavoratori dipendenti regolari che percepiscono meno di 10 euro lordi l’ora, comprensivi della 13 sima mensilità. Ovvero, il 17% – 18% dei lavoratori dipendenti privati: circa 1 lavoratore dipendente privato su 6, non raggiunge i 10 euro l’ora complessivi, nemmeno aggiungendo la tredicesima mensilità in busta paga.
Se guardiamo all’intera forza lavoro del Paese (pari a 24,3 milioni di persone, che include anche statali, autonomi e professionisti), questa fascia di lavoratori a basso salario rappresenta poco più di un lavoratore su otto, cioè circa il 12% del totale di tutti gli occupati.
Sempre nel 2025, sono 3,2 mln i lavoratori del settore privato che percepiscono meno di 12 Euro l’ora, comprensivo della 13sima mensilità, ovvero il 23% del settore privato.
Anche in questi 2 ultimi casi il, calcolo fotografa esclusivamente i lavoratori con un regolare contratto registrato all’Inps. Se a questi si aggiungessero i circa 3 milioni di lavoratori in nero presenti in Italia — che per definizione non percepiscono la tredicesima mensilità e hanno paghe reali quasi sempre inferiori ai 6 euro all’ora — la platea totale delle persone sotto i 10 euro l’ora salirebbe a circa 6 mln, cioè quasi il 25% di chi lavora nel Paese, mentre i 3,2 mln che percepiscono un salario sotto i 12 Euro l’ora, supererebbero il 25% del totale.
ALLARMANTE SITUAZIONE GENERATA ANCHE DA PRECARIATO E PART-TIME
In Italia ci sono circa 2,4 milioni di lavoratori a tempo determinato, ovvero circa il 13% – 14% del totale dei lavoratori dipendenti.
La recente riduzione del lavoro a termine non è stata interamente compensata da un aumento dei contratti.
In realtà la crescita dell’occupazione complessiva dichiarata dal Governo di recente è trainata dai lavoratori indipendenti (autonomi e partite IVA).
I lavoratori a partita IVA in Italia sono circa 3,7 – 3,8 milioni, incluse le cosiddette “false partite IVA“, ovvero di coloro che, pur avendo una partita IVA e figurando come autonomi, lavorano di fatto per un solo cliente, rispettando orari e direttive come se fossero dei normali dipendenti. Tale “formula” a cui alcune aziende ricorrono, è utilizzata per abbattere i costi contributivi stabili del lavoro subordinato, scaricando il rischio d’impresa interamente sul lavoratore.
Si consideri, anche, che in Italia ci sono 3 milioni e 32 mila part-time (dati trimestrali dell’Istat), cioè circa il 15,6% di tutti i lavoratori dipendenti ha un contratto a orario ridotto (in pratica, quasi 1 lavoratore su 6).
Peraltro, quasi il 71% di tutti i contratti part-time fa capo a donne. Se guardiamo alla sola occupazione femminile, oltre un terzo delle donne dipendenti lavora a tempo parziale.
Comunque, il vero problema italiano è il part-time involontario. Questo è il dato che differenzia maggiormente l’Italia dal resto d’Europa.
Negli altri Paesi europei il part-time è spesso una scelta volontaria per conciliare vita e lavoro. In Italia, la situazione è ribaltata: ben 2 mln si trovano in una condizione di part-time involontario. Significa che circa il 65-70% di chi lavora part-time, lo fa perché non è riuscito a trovare un impiego a tempo pieno.
Il part-time involontario è una delle cause principali del fenomeno dei lavoratori poveri (working poor). Anche se la paga oraria rispetta i CCNL, lavorare solo 15 o 20 ore a settimana, genera una busta paga mensile che spesso non supera i 600-800 euro, una cifra che non permette di uscire dalla soglia di povertà. I settori dove si concentra la quasi totalità dei contratti part-time involontari, sono i servizi personali e sociali, il commercio, la grande distribuzione, la ristorazione e le pulizie.
ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL LAVORO (OIL): DATI INEQUIVOCABILI
Il rapporto dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), pubblicato nella nota denominata “Le tendenze dei salari e delle disuguaglianze salariali in Italia e nel mondo – Ufficio Internazionale del lavoro, 2025””, è chiaro e fornisce dati inequivocabili sulle tendenze salariali e sulle disuguaglianze in Italia.
I salari, anche in Italia, sono diminuiti nel 2022 e nel 2023, tornando a crescere nel 2024 e 2025. Come nella maggior parte degli altri Paesi, l’aumento registrato negli ultimi due anni non è stato tuttavia sufficiente a compensare le perdite subite durante il periodo di alta inflazione. Stessa situazione si è registrata nei primi mesi del 2026. Proprio per l’anno in corso, è significativo sottolineare quanto sostiene Banca d’Italia nel suo bollettino economico di aprile 2026: “Data la quota molto ridotta di contratti in attesa di rinnovo, appare al momento improbabile un marcato rialzo delle retribuzioni nel 2026 per recuperare l’aumento dell’inflazione generato dal conflitto“, ricordando, peraltro, come “il sistema di contrattazione collettiva vigente non preveda in genere clausole automatiche di indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione“.
E’ altresì importante considerare che il divario tra la perdita di potere di acquisto dei salari e delle pensioni tende ad aumentare con l’inflazione causata dalle guerre in corso. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’ultima la guerra in Iran e nel Medio Oriente, costerà alle famiglie italiane da 450 a 2.270 euro nel corso del 2026.
Anche l’ISTAT conferma la situazione descritta, calcolando che la crescita delle retribuzioni contrattuali del 2022, 2023 e parzialmente del 2024, 2025, nonché dei primi mesi del 2026, non basta a recuperare la perdita del potere di acquisto dei salari dagli anni precedenti: le retribuzioni a marzo 2026 hanno registrato una perdita del potere di acquisto di oltre l’8,5%, con punte del 10% nei servizi, rispetto a quelle di gennaio 2021. Un po’ meglio nell’agricoltura e nell’industria ma peggio nei servizi privati e nel pubblico impiego.
Francia e Germania hanno recuperato i livelli pre-Covid, già dal 2024, mentre la Spagna li ha persino superati (vedi Tabella 1).

Il calo dei salari reali degli ultimi anni è da attribuire ai limiti del nostro sistema di relazioni industriali e di contrattazione collettiva. I ritardi nei rinnovi di alcuni contratti cruciali, soprattutto nel settore dei servizi, hanno provocato perdite di potere d’acquisto che non sono state più recuperate, nonostante il lieve miglioramento dell’ultimo anno. La cosa più preoccupante è che, a contratti vigenti, non si prevede un recupero del potere d’acquisto dei salari neanche nei prossimi tre anni. Soprattutto nel vasto settore dei servizi che copre circa il 70% degli occupati.
Inoltre, a differenza della maggior parte dei Paesi del G20, l’Italia si distingue per una dinamica negativa nel lungo periodo, con salari il cui potere di acquisto è al 2008.
Anche le pensioni hanno subito un arretramento significativo del loro potere di acquisto dal 2021 ad oggi: sono diversi gli istituti di ricerca italiani e stranieri che misurano una perdita tra il 9% e, in alcuni casi, addirittura, il 25%.
ANDAMENTO DEI SALARI NEL LUNGO PERIODO
L’analisi delle tendenze salariali in un arco temporale di 18-19 anni, evidenzia come in Italia i salari abbiano subito le perdite maggiori di potere d’acquisto dal 2008.
IN ITALIA DAL 2008 AL 2024 I SALARI REALI HANNO PERSO L’8,7%. RECUPERATO SOLO QUALCHE DECIMALE DAL 2024 AL 2026.
Le perdite di salario reale, ovvero del loro potere di acquisto, dal 2008 al 2024, sono state dell’8,7% in Italia, del 4,5% in Spagna e del 2,5% nel Regno Unito (Grafico 1).

Invece, i salari reali sono cresciuti del 14% in Germania e del 5% in Francia.
I dati evidenziati rappresentano come la recente crisi del costo della vita abbia avuto un impatto negativo su tutti i Paesi a economia avanzata del G20, con un effetto particolarmente severo in Italia negli anni 2022 e 2023. Tale situazione è sostanzialmente rimasta intatta nonostante una timida ripresa della crescita dei salari nominali nel 2024 e 2025, erosa dall’inflazione e comunque insufficiente per recuperare il potere di acquisto perso in precedenza.
L’inflazione dopo aver raggiunto il picco dell’8,7% nel 2022 e ben oltre il 10% per le fasce della popolazione a più basso reddito, in Italia è diminuita nel 2023 e, in particolare, nel 2024, riprendendo in parte nel 2025 e, su base annua, nel 2026.
Ad ogni buon conto, sia l’Istat, come anche l’OML, la Banca d’Italia, l’OCSE, l’OIL certificano che dal 2019 ad oggi si è concretizzata una perdita media del potere di acquisto dei salari dell’8,7% e delle pensioni di circa il 12%.
Nel 2024, sostiene sempre l’OIL, i salari reali in Italia sono cresciuti in media del 2,3% mentre erano calati del 3,2% nel 2023 e 3,3% nel 2022, segnando una perdita maggiore che in altri Paesi ad economia avanzata del G20 (Grafico 2). Una situazione che non si è più riusciti a “recuperare”, anche a causa della inflazione in ripresa, per motivi economici e geopolitici.

Anche nel 2025 i minimi contrattuali sono cresciuti mediamente del 3,1%. Poiché, però, l’inflazione si è attestata intorno all’1,7% (nel 2024 all’1%) e nel 2026 fino al 2,6% i lavoratori hanno registrato un lieve recupero del salariale che poi è stato successivamente eroso.
Tutto ciò, peraltro, è accaduto mentre la produttività del lavoro in Italia è cresciuta, anche più dei salari reali, invertendo la tendenza opposta verificatasi durante un lungo periodo, visto che negli ultimi 25 anni, la produttività, nei Paesi ad alto reddito, è aumentata del 30%, mentre in Italia è diminuita del 3%.
I LAVORATORI A BASSO REDDITO (DIPENDENTI E AUTONOMI) HANNO PAGATO IL PREZZO PIÙ ALTO DELL’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA
Come detto, gli adeguamenti salariali degli ultimi anni non sono stati sufficienti a compensare l’aumento del costo della vita, soprattutto per i lavoratori a basso reddito che spendono una proporzione maggiore del proprio reddito in beni e servizi di prima necessità (alimenti e alloggi) e sono, pertanto, i più colpiti dalle crisi inflazionistiche.
Da un confronto dell’andamento dell’indice generale dei prezzi al consumo (IPC generale) con quello dei prezzi dei beni alimentari e degli alloggi, 2 voci che rappresentano oltre il 60% della spesa delle famiglie a basso reddito, in Italia si osserva un incremento maggiore dell’indice dei prezzi dei beni alimentari rispetto all’indice generale a partire da marzo 2022, raggiungendo una crescita del 13,6% a novembre dello stesso anno.
Inoltre, l’Istat certifica anche che il costo complessivo del “carrello della spesa” dal 2021 a marzo del 2026 è aumentato del 24%.
L’indice della spesa per alloggi è aumentato di gran lunga rispetto all’indice generale, anche a causa dell’impennata dei prezzi delle utenze domestiche (elettricità e gas). Dalla comparazione dell’evoluzione dell’indice dei prezzi al consumo dell’Italia con quelli di altri 3 Paesi dell’UE (Francia, Germania e Spagna), rispetto al 2022, si evidenzia un maggiore incremento dei prezzi per gli alloggi in Italia, mentre negli altri Paesi l’incremento dei prezzi alimentari ha prevalso rispetto all’incremento dell’indice generale e a quello degli alloggi, soprattutto nei primi 2 Paesi dei 3 suindicati.
Per verificare se l’incremento dei prezzi al consumo abbia inciso sul potere di acquisto dei lavoratori, è necessario analizzare l’evoluzione dei salari nello stesso periodo, soprattutto per coloro che sono a basso reddito che, come già detto, sono i più colpiti dall’impatto dell’inflazione sui beni di prima necessità. Tant’è che per tale ultima tipologia di lavoratori un adeguamento dei salari sulla base dell’IPC generale comporta, comunque, una perdita di potere di acquisto. Quanto emerge dallo studio effettuato dall’OIL fino al 2024, si conferma fino ad oggi, senza riuscire a “richiudere” la forbice evidenziata nel Grafico 3.
Grafico 3. Indice della retribuzione contrattuale oraria reale e nominale in Italia

IN ITALIA LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA NON HA GARANTITO L’ADEGUAMENTO DELLA RETRIBUZIONE ORARIA REALE
In Italia, ove, ancora, non esiste un salario minimo legale, i salari vengono fissati attraverso la contrattazione collettiva.
I Contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) che scaturiscono dai negoziati e dagli accordi tra le organizzazioni datoriali e i sindacati, definiscono dei minimi di salario (c.d. minimi tabellari) per ciascun settore, professione e livello di inquadramento, coprendo la maggior parte dei lavoratori dipendenti e garantendo un livello minimo di retribuzione in base alla categoria lavorativa e all’anzianità di servizio.
Le retribuzioni contrattuali orarie nominali calcolate su una media dei CCNL sono aumentate del 15% negli ultimi 10 anni (Grafico 3).
In termini reali, però, come già detto, le retribuzioni orarie hanno tuttavia subito una perdita di oltre 8 punti percentuali e prodotto un calo del potere di acquisto dei lavoratori.
L’impatto della crisi sul costo della vita è particolarmente evidente. Le retribuzioni orarie reali sono rimaste relativamente stabili per poi diminuire rapidamente a partire dalla metà del 2021. Questa decrescita è proseguita fino alla fine del 2022, dopo le retribuzioni orarie reali hanno ripreso a crescere, pur restando al di sotto dei livelli dell’inizio del 2015.
Sebbene i dati riprodotti nel Grafico 3 non corrispondano direttamente ai minimi tabellari, il calo significativo dei salari orari reali e la concentrazione dei lavoratori con bassi salari orari in famiglie a basso reddito, maggiormente esposte ad un’inflazione superiore a quella registrata dall’indice dei prezzi al consumo (IPC generale), indicano come anche in Italia i lavoratori a basso reddito abbiano subito una perdita significativa in termini di salari reali dalla metà del 2021 e per tutto il 2022, mai più recuperata successivamente.
RITARDI DEI RINNOVI CONTRATTUALI, MANCANZA DI DEMOCRAZIA NEI LUOGHI DI LAVORO E RINNOVI A “PERDERE”
Una delle questioni che aggrava la situazione è data, anche, dal ritardo dei rinnovi dei contratti di lavoro collettivi con una media intorno ai 30 mesi (fonte Istat).
Nel primo trimestre del 2025 erano 35 i contratti scaduti in attesa di rinnovo, per circa 6,2 mln di lavoratori dipendenti, ovvero il 47,3% del totale.
La debolezza contrattuale è anche dovuta alle scelte sindacali effettuate dalle OO.SS. mainstream: conseguenza anche di una legge sulla rappresentanza che, oltre a non favorire la democrazia nei luoghi di lavoro, privilegia la “selezione” operata dai datori di lavoro delle controparti sindacali, sulla base della disponibilità a sottoscrivere la costante perdita salariale e dei diritti registratasi negli ultimi 30 anni.
Né il recente Decreto sul “Salario Giusto” ha preso in considerazione la necessità dell’approvazione di una norma che definisca un Salario Minimo per legge, anzi lo ha escluso, per garantire il mantenimento dello “Status Quo”.
Anche il Patto Intersindacale sottoscritto il17.6.2026 da Cgil, Cisl e Uil, ha “santificato” la decisione di prendere in considerazione il Trattamento Economico Complessivo (TEC), ovvero quel trucco contabile con cui, nel calcolo della paga oraria, si fanno confluire tutti gli istituti contrattuali esistenti, il welfare aziendale e tanto altro. In tal modo, una misera paga oraria di 6 Euro, si fa lievitare “magicamente” fino ad Euro 11, ovviamente senza aggiungere nelle tasche dei lavoratori un becco di un quattrino. Non solo, il sistema proposto dai suddetti sindacati, lega gli adeguamenti contrattuali ad un calcolo dell’inflazione, depurata dall’aumento dei costi energetici: il lavoratore subisce l’aumento di spesa per acquistare gasolio e benzina ma non può considerarli nelle piattaforme rivendicative.
DONNE E MIGRANTI SUBISCONO IMPORTANTI DISUGUAGLIANZE SALARIALI
Il tasso di occupazione femminile in Italia è oltre il 53%. Tra i dipendenti considerati a “basso salario orario”, le donne rappresentano quasi il 60% del totale, a fronte di una presenza complessiva nel mercato del lavoro del 41%.
Se guardiamo alla definizione ufficiale di low-wage earners (lavoratori che percepiscono una retribuzione oraria inferiore ai due terzi della mediana nazionale, ossia sotto gli 8,8-9 euro all’ora), emerge la quota suddetta: una sproporzione che conferma una discriminazione di genere da sanare con urgenza in Italia.
Se, però, si considerano le retribuzioni mensili, il divario retributivo di genere calcolato dall’ISTAT nel 2020 era del 16,7% mentre quello calcolato dall’INPS nel 2024 è stato del 20% e secondo altre fonti nel 2026 arriva al 25,7%. E’ del tutto evidente che il gap salariale di genere mensile è in parte determinato dal maggior ricorso al lavoro part-time tra le lavoratrici.
In Italia il divario salariale tra lavoratori italiani e stranieri è tra i più alti d’Europa. Recenti studi, tra cui i report elaborati per la Commissione Europea e i dati dell’Istat e dell’OIL, evidenziano un fenomeno profondo e strutturale.
Il divario salariale orario medio tra lavoratori italiani e stranieri supera il 32%.
In pratica, a parità di ore, un lavoratore migrante guadagna circa un terzo in meno rispetto a un collega italiano.
Inoltre, se guardiamo alla fascia dei lavoratori a basso salario, oltre il 35% dei lavoratori stranieri vi è intrappolato, una quota che è più del doppio rispetto a quella degli italiani (ferma intorno al 15%).
Se incrociamo il fattore della nazionalità con quello del genere, la situazione diventa ancora più critica. Le donne straniere in Italia subiscono una doppia penalizzazione: quella di genere e quella di provenienza.
Il dato shock: i salari medi delle donne migranti (specialmente extra-UE) sono inferiori del 42,6% rispetto a quelli degli uomini italiani.
Questo divario immenso è dovuto al fatto che le donne straniere vivono una “segregazione nella segregazione”: oltre il 65% di loro lavora nel settore dell’assistenza e della cura della persona (colf, badanti, babysitter), un comparto storicamente caratterizzato da salari minimi molto bassi, ad altissima incidenza di part-time (spesso involontario) e con un tasso purtroppo elevato di economia sommersa o contratti grigi (in cui si dichiarano meno ore di quelle effettivamente lavorate).
SALARI BASSI E DISUGUAGLIANZE: INACCETTABILI PIAGHE SOCIALI
La soluzione delle questioni salariali è fondamentale per la riduzione delle disuguaglianze e per la realizzazione della giustizia sociale.
La riduzione delle disuguaglianze e della povertà lavorativa sono un traguardo fondamentale per la realizzazione della giustizia sociale.
Conoscere e affrontare le disuguaglianze di reddito nel mercato del lavoro, compresi i divari retributivi di genere e i divari retributivi subiti dai lavoratori in situazioni di vulnerabilità, è necessario per ridurre le disuguaglianze e la povertà lavorativa.
D’altra parte, il reddito da lavoro è la principale, se non l’unica fonte di reddito per la maggior parte dei lavoratori e delle loro famiglie.
La crescita economica trainata dai salari e accompagnata da politiche redistributive, dalla definizione di un salario minimo e dalla contrattazione collettiva si traduce in una maggiore crescita generale.
E’ noto che se i salari aumentassero, i lavoratori avrebbero più reddito disponibile e consumerebbero di più. Inoltre, la maggiore spesa per consumi spinge le aziende a produrre di più e ad assumere più lavoratori che a loro volta stimolano l’economia.
La disuguaglianza salariale esistente è inaccettabile e l’aumento delle disuguaglianze salariali tra le retribuzioni più basse è divenuto un sintomo di una situazione che va immediatamente superata, anche con un intervento da parte del legislatore, senza il quale quanto messo in campo dal sindacato non basta a imporre un ribaltamento della situazione.
Si consideri che, ormai, a livello globale, il 10% dei lavoratori meno pagati riceve solo lo 0,5% della massa salariale totale, mentre il 10% dei lavoratori più pagati ottiene circa il 38% della stessa massa salariale.
POVERTÀ IN ITALIA: ANCHE LA CARITAS LANCIA L’ALLARME
Il Report Statistico della Caritas del 2026, come accennato all’inizio, conferma l’allarme sulla crescita in Italia della povertà e del lavoro povero, evidenziando che il numero di persone assistite ha raggiunto il livello più alto mai registrato.
I dati consolidati mostrano che nel corso dell’anno la rete Caritas ha accompagnato e supportato direttamente 282.539 persone (che corrispondono ad altrettanti nuclei familiari). Rispetto all’anno precedente, si registra una crescita del +1,7%.
Sebbene la crescita anno su anno possa sembrare contenuta in percentuale, l’allarme si concentra sulla cronicità della povertà. In un decennio il numero di assistiti è impennato del 48%, con un picco preoccupante nel Nord Italia arrivando al 61,8%.
L’aumento della platea delle persone assistite è trainato principalmente da tre categorie tra cui i “Working Poor” (Lavoratori poveri), significando che avere un impiego non è più una garanzia sufficiente. Oggi il 24% di chi chiede aiuto alla Caritas ha un lavoro regolamentato, ma con un salario troppo basso (specialmente contratti part-time o atipici) per fare fronte al costo della vita. La percentuale sale oltre il 31% nella fascia d’età tra i 35 e i 54 anni.
Tra le persone che si sono rivolte alla Caritas, prevale la fragilità occupazionale: il 47,9% è disoccupato, mentre il 23,9% ha un lavoro che non costituisce un fattore protettivo rispetto all’indigenza.
D’altra parte, in Italia il parametro utilizzato per stabilire se le persone sono soggette a povertà o esclusione sociale è quello del reddito netto equivalente (somma complessiva dei redditi dei vari componenti del nucleo familiare al netto dell’Irpef, incrementato del 20% del valore del patrimonio, con esclusione della prima casa). In tale insieme di persone questo parametro è inferiore al 60% della mediana della distribuzione (la mediana del reddito netto equivalente è di circa 28 mila euro). Ebbene risultano essere in questa condizione 13 mln 391 mila persone, pari al 22,8% della popolazione, contro la media europea del 21,4%.
ANCHE PER LA CARITAS UN PROBLEMA È IL LAVORO POVERO
Un elemento che conferma la situazione sociale allarmante che si attraversa in Italia, si coglie anche dai dati sul lavoro povero forniti da Istat: cresce la povertà tra coloro che posseggono un impiego.
La Caritas sostiene che la povertà nel 2024 ha toccato l’8% degli occupati (nel 2022 era del 7,7%) ma nel 2026 è arrivata al 10,2%, anche se esistono differenze in base alla categoria di lavoratori: se si svolge un lavoro operaio o assimilato l‘incidenza di povertà assoluta è del 15,6%. Significa che una famiglia di operai su 6 vive ufficialmente in povertà assoluta. In termini numerici, questo si traduce in circa 1 milione di persone all’interno di questi nuclei familiari che si trovano sotto la soglia di sussistenza.
Quest’ultimo è un dato che spaventa e sollecita un intervento, segno emblematico di una debolezza del lavoro che smette di essere fattore di tutela e di protezione sociale.

LAVORARE NON BASTA PER AFFRANCARSI DA UNA CONDIZIONE DI BISOGNO.
Se si rilevano le professioni svolte dalle persone che richiedono un intervento di aiuto alla Caritas, tra gli uomini si riscontrano lavoratori dell’edilizia, della ristorazione, della vendita ambulante, traslocatori, giardinieri, corrieri, ecc.
Le donne, invece, lavorano nel settore delle pulizie domestiche, della cura dei bambini e degli anziani.
In genere, comunque, si tratta di carriere poco lineari, molto segmentate, articolate nelle mansioni svolte e nelle condizioni contrattuali, con bassa intensità lavorativa.
In una parola, precari: lavoratori colpiti dalla dilagante “modernità” del lavoro, contro cui serve un urgente intervento legislativo in direzione opposta e contraria a quello percorso finora, in particolare negli ultimi anni.
LE PROPOSTE DELLA CUB: E’ URGENTE CAMBIARE PASSO E DIREZIONE
La situazione, complessivamente, non è semplice affatto ma la direzione intrapresa sta facendo deragliare e schiantare l’intera società.
E’ importante ed urgente valutare quali siano state le ragioni, le logiche e le prassi che hanno determinato la situazione in essere. E’ opportuno e necessario sapere e capire quali siano le responsabilità che hanno prodotto il dilagare del lavoro povero, non tanto per attribuire colpe a questa forza politica o a questo sindacato, quanto piuttosto per evitare che si continui in tale solco.
La sbornia liberista per cui il mercato avrebbe dovuto autoregolamentarsi deve essere archiviata, come vanno superate le politiche dei redditi, fatte proprie dalle sigle sindacali “mainstream”, portandoli a sottoscrivere, accordo dopo accordo, anche di recente, inammissibili sacrifici per i lavoratori, in nome di un risanamento che non è mai stato raggiunto. Anzi.
Servono politiche redistributive: concertazione e consociativismo sindacale, politiche dei redditi, compressione dei salari, mancanza di investimenti, sono tutte ricette scadute, fallimentari e non riproponibili.
Non sarà un pranzo di gala e servirà attrezzarsi per una stagione di lotte sindacali e politiche, che non possono essere evitate.
A tal proposito, da subito, diventa necessario contrastare il peggioramento in atto della L.146/90 e L.83/00: una norma varata per vanificare l’incisività delle mobilitazioni, in nome della garanzia di servizi pubblici che quotidianamente vengono scippati ai lavoratori ed alle masse popolari.
Si pensi, anche, all’aumento della spesa militare, che il Governo è disponibile a far decollare fino al 5% del Pil: saranno investimenti sottratti a servizi che già sono in grave sofferenza, come la Sanità, la Scuola, i Trasporti. E’ urgente scongiurare che si passi dal Welfare al Warfare.
- SALARIO MINIMO, AUTOMATISMO DI RIVALUTAZIONE DEI SALARI E DI UN VERO ADEGUAMENTO DELLE PENSIONI
La definizione di un salario minimo in Italia, non inferiore ai 12 euro, è divenuta una priorità impellente.
Esistono contratti che prevedono una retribuzione di circa 5 Euro l’ora: sono ridicoli importi che vanno messi al bando e fuori legge, costringendo le parti sociali che le hanno concordate a disdettare tali accordi.
Speciose le argomentazioni di chi accampa scuse per evitare che siano approvati interventi legislativi che favoriscano l’adozione di immediate politiche redistributive dei profitti prodotti.
Negare il fallimento delle politiche di concertazione, degenerate in cogestione e “santificata” con legge “Sbarra”, è una ardita operazione di mistificazione della realtà che impone un intervento di sostegno per il raggiungimento di obiettivi altrimenti irraggiungibili al momento.
Analogamente è inaccettabile ed insostenibile che si continui a rinunciare ad adeguare le pensioni, impoverendo coloro che hanno il diritto ad una quiescenza che non sia di stenti e di miseria.
- RIPRISTINO DEL REDDITO DI CITTADINANZA, QUALE MISURA UNIVERSALE DI SOSTEGNO ALLA POVERTÀ
Il ripristino del Reddito di Cittadinanza in Italia o, comunque, di una misura, realmente universale, di sostegno alla povertà, libera dal ricatto di un lavoro sottopagato, talvolta rischioso per la salute, spesso al nero o, come si dice “grigio”.
Il RdC è stata una delle poche iniziative di “classe” e di giustizia sociale degli ultimi anni: abrogarlo ha comportato una grande responsabilità, di chi ha deciso di togliere soldi ai poveri per garantirli alle aziende e alle fasce di reddito più alte con una riforma fiscale che ha favorito i più abbienti.
- INTERVENTI CONTRO L’ABUSO DELLA PRECARIETÀ
La precarietà ed il suo abuso sono divenuti in Italia una piaga endemica al mondo del lavoro in Italia, pubblico e privato.
Si rende urgente e necessario un intervento legislativo che imponga una riduzione delle tipologie contrattuali e che ne impedisca l’utilizzo in maniera massiva, vietando la possibilità che tali limitazioni possano essere aggirate con gli accordi sindacali.
- GARANZIA DI UNA CONTRATTAZIONE SINDACALE DEMOCRATICA E PLURALE
E’ ora che si approvi una legge sulla rappresentanza realmente democratica e trasparente.
E’ dal 1995 che il legislatore si sottrae alla necessità di definire una norma che sottragga alle controparti datoriali la possibilità di scegliere le organizzazioni sindacali con cui trattare, riservando le convocazioni al rinnovo dei contratti nazionali, territoriali e aziendali ai sindacati considerati “affidabili”. La scelta della O.S. è e deve restare in mano ai lavoratori.
- INTERVENTI DI POLITICA ECONOMICA PER FAVORIRE INVESTIMENTI PUBBLICI IN SETTORI STRATEGICI DELL’ECONOMIA.
Serve un cambio di paradigma nelle politiche economiche italiane. La svendita dei gioielli di famiglia per fare cassa, divenuta con il tempo una cessione delle attività a prezzi di saldo delle esperienze e del know-how, va fermata e ripensata.
Si sono cedute competenze anche in settori strategici, per calcoli da bottegai senza alcuna lungimiranza e visione industriale.
Ripensare in una ottica di rilancio è ancora possibile in importanti settori.
Tale possibilità va colta prima che sia troppo tardi.
- LOTTA ALLA EVASIONE FISCALE E ALLEGGERIMENTO DELLA PRESSIONE FISCALE PER I LAVORATORI A PIÙ BASSO REDDITO.
L’evasione fiscale in Italia continua ad essere un cancro, nonostante nel 2024 siano stati recuperati, secondo fonti dell’attuale Governo, oltre 33 MLD di Euro. Esistono stime qualificate che denunciano una evasione monstre in Italia: oltre 1250 MLD di Euro dal 2000 al 2024.
E’ evidente che si debba profondere il massimo sforzo possibile per recuperare quanto viene sottratto al fisco e alla collettività, prevedendo un alleggerimento della pressione fiscale, diversamente da quanto fatto anche dall’attuale Governo, per i lavoratori a più basso reddito.
L’attacco ad una progressività delle tassazioni, peraltro prevista in Costituzione, rappresenta in modo inequivocabile l’imbarbarimento raggiunto: una condizione che va superata, con un ribaltamento della prospettiva complessiva.
Gli economisti Demetrio Guizzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro nell’ articolo Recostruing Income Inequality in Italy, pubblicato nel 2024 sul Journal of the European Economic Association, hanno dimostrato che il sistema fiscale italiano è regressivo: il 5% più ricco paga un’aliquota fiscale effettiva inferiore al resto della popolazione.
In un altro studio in corso di pubblicazione sulla Review of income and Wealth, si mostra che gli italiani più ricchi pagano un’aliquota effettiva inferiore (32%) rispetto a un lavoratore dipendente della classe media (45%).
- SUPERAMENTO DELLE DISCRIMINAZIONI SIA DI GENERE, SIA QUELLE RISERVATE A GRUPPI DI LAVORATORI (DISUGUAGLIANZE ORIZZONTALI).
Tanto ancora c’è da fare in Italia in merito alla necessità di superare e archiviare le discriminazioni di genere e di razza sul lavoro e nella società.
I dati relativi alle discriminazioni salariali e occupazionali in Italia, appena esposte, restituiscono il segno di una situazione grave e calcificatasi in ogni ambito, imponendo un intervento legislativo non rinviabile, capace di fare da volano ad un cambiamento di approccio e culturale che non può e non deve essere atteso ancora.
- INTERVENTI DI FORMAZIONE E SVILUPPO DELLE COMPETENZE PROFESSIONALI IN GRADO DI MIGLIORARE LA QUALITÀ DEI LAVORI POTENZIALMENTE ESEGUIBILI.
E’ insostenibile che le alte competenze debbano espatriare per trovare una collocazione adeguata nel mondo del lavoro in Italia, capace di offrire spazi e ambiti di collocazione solo alle professionalità più basse.
Al contrario, un Paese manifatturiero come il nostro non può e non deve ridursi alla fornitura di basse professionalità al mondo del lavoro.
Servono investimenti veri sulla formazione e sulla riqualificazione dei lavoratori.
Lo sviluppo delle tecnologie in atto, l’ingresso della intelligenza artificiale nell’universo produttivo non deve essere vissuto come una minaccia ma come una opportunità che va colta, preparandosi a farlo con anticipo.
E’ URGENTE, DUNQUE, CAMBIARE PASSO E DIREZIONE. ALTRIMENTI SI IPOTECA IL FUTURO DEI LAVORATORI E DELLE MASSE POPOLARI, DELL’INTERO PAESE E DELLE FUTURE GENERAZIONI.
L’UE HA LA POSSIBILITÀ ED IL DOVERE DI INDICARE LA DIREZIONE E PRETENDERE CHE L’ITALIA MUOVA IN QUELLA DIREZIONE.
L’EUROPA PUÒ DIRE LA SUA SUL MANCATO RISPETTO DELL’ITALIA DELLE PREVISIONI DELLA CARTA DEI DIRITTI SOCIALI D’EUROPA.
Roma 22.6.2026
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